Napoleona

L’avventurosa storia di una nipote dell’Imperatore

In Bretagna, e precisamente a Colpo, nel Morbihan, luogo che incanta il visitatore con la sua selvaggia bellezza, l’Avenue principale porta il nome di “Avenue de la Princesse”.

La Principessa è Napoleone Elisa Baciocchi (com’è scritto nell’atto di nascita conservato nell’Archivio di Lucca),  madame Napoléon, come veniva chiamata a corte, o Napoleona, come la chiamarono, poi, in Italia, figlia di Elisa, la sorella di Napoleone, Principessa di Lucca e Gran Duchessa di Toscana, e di Felice Baciocchi, appartenente ad antica famiglia corsa.

Chi sia questa principessa lo sanno bene gli abitanti di Villa Vicentina, un piccolo paese, vicino Gorizia, dove la madre aveva acquistato, nel 1818, una grande tenuta, da tempo gemellato con Colpo; ma, forse, lo ignorano i turisti che visitano il Morbihan e che pur sanno apprezzare le marmellate e le conserve del luogo.

Napoleona nasce, nel 1806, a Lucca. “La più bella bambina che abbia mai visto” scriveva al padre Maria Luisa d’Austria arrivata a Parigi per andare in sposa all’Imperatore.

L’abbiamo incontrata, qualche anno fa, nei quadri di Pietro Benvenuti e di François Girard, sorridente, teneramente appoggiata al grembo della madre, Elisa Bonaparte Baciocchi, con la grazia sicura dei bambini molto amati, in occasione della mostra organizzata a Lucca nel 2003. Una mostra finalizzata a ricostruire il percorso di vita e di governo di Elisa Bonaparte Baciocchi, la sorella “brutta” di Napoleone che, come lui, possiede gli atteggiamenti bruschi, la rapidità decisionale, un’indomita volontà riformatrice negli ambiti più diversi, dalla giustizia, alla scuola, all’assistenza, alla sanità.

Proprio inseguito a questa mostra è nata l’idea di scrivere una biografia su Napoleona, come ci conferma Angelica Zucconi che ne è l’autrice; una biografia che ci offre la possibilità di  soffermarsi su un personaggio interessante ma mal conosciuto, se non del tutto sconosciuto, oscurato in quel pantheon di celebrità, che è quello degli illustri parenti, e meritevole, quindi, di uno studio più approfondito.

Già nota per i suoi studi incentrati sulle vicende del periodo napoleonico e sulla famiglia di Napoleone, Angelica Zucconi, che è bibliotecaria presso la Sapienza – Università di Roma, ha deciso di spostare il suo interesse su una rappresentante “donna” della numerosa discendenza di Napoleone, di ricostruire la vita di questa interessante figura, basandosi soprattutto sulla corrispondenza, su materiale cronachistico e memorialistico.

E’ stato certamente, il suo, un lavoro di sorprendente tenacia archivistica in cui la storia di Napoleona vive nel suo continuo intrecciarsi tra personale e politico, tra l’argomentazione storica e quella psicologica, nella zona atemporale delle abitudini quotidiane come in quella dell’ufficialità e dei doveri, in un susseguirsi di nomi, fatti, luoghi, legami giudiziosi e punti di fuga improbabili che ci restituiscono il ritratto di  una personalità complessa, passionale, consacrata orgogliosamente, per tutta la vita, al culto napoleonico. La storia di Napoleona diventa, così, e non poteva essere altrimenti, la storia più ampia di una saga familiare, di due generazioni del “clan” napoleonico la cui luce si riverbera fino alla terza generazione; una storia in cui le vicende dei singoli ricompongono anche il clima culturale, sociale e politico dell’epoca.

Articolate in sei sezioni, le tappe della vita di Napoleona si snodano in un arco di tempo che va dal momento della  massima ascesa di Napoleone fino agli anni del II° Impero di Napoleone III.

“Dall’infanzia”, a Lucca in una corte modellata su quella delle Tuileries e successivamente, nel 1814, a Trieste, quando la parabola dell’Imperatore è ormai già al declino; all’ ”adolescenza” segnata dall’esperienza terribile della morte della madre; alla “giovinezza” vissuta tra un matrimonio che si trascina in contese economiche e tradimenti e un rapporto conflittuale con il padre;  agli anni dei “viaggi”, delle “congiure”;  al  suo “reintegro”, nel 1856, come cittadina francese, durante il II° Impero, con il titolo di Altezza nella famiglia dell’Imperatore; fino al suo definitivo “ritiro” in Bretagna.

Senza apparire divagante e senza rinunciare al passo leggero della narrazione, l’autrice riesce a lavorare contemporaneamente in profondità ed ampiezza, agganciando, spesso, tra loro, narrazione e riflessione metodologica sulle fonti rapidamente vagliate, per essere ammesse, ridimensionate o respinte. Lettere, cronache del tempo, aneddoti, verbali di processi, canti popolari, una volta portati alla luce, non restano materiale grezzo, inserito solo nelle note. Si inseriscono, spesso, perfettamente nella narrazione con tecniche retoriche di esposizione (“Si raccontò che” … “Nonostante le chiacchiere” … “In realtà lei era rimasta” … “Sembra molto inverosimile” …) che diventano come il ritmo, il respiro che muove la storia, come un filo che le tenga unite.

Allo stesso modo le immagini, snodantesi tra quadri, fotografie, disegni, concorrono a mettere in relazione, su un diverso piano espressivo, il personaggio con la storia, nel dettaglio di uno sguardo, di un oggetto, di un abito, di una gestualità in primo piano. Contribuiscono a creare echi, risonanze, che possono sollecitare, con diversi stimoli o impulsi, l’attività della lettura.

“Ai suoi contemporanei – scrive la Zucconi – Napoleona appariva strana, diverso da qualunque modello femminile accettato, e veniva quindi considerata un uomo mancato; … lei in realtà, non avrebbe voluto essere un uomo, piuttosto avrebbe voluto avere il potere e la libertà che gli uomini avevano a loro disposizione, soprattutto la facoltà di gestire denaro a loro piacimento. Amava gli sport violenti perché le servivano a sfogare la rabbia che continuava a covarle dentro, ma aveva un gusto molto femminile per gli abiti e gli ornamenti di lusso e sapeva essere tenera e sollecita con le persone che amava. Dell’essere donna disprezzava la fragilità fisica e la passività morale, l’essere in balia delle decisioni altrui”. Diversa, certo, dalle cugine: da Zenaide, che aveva avuto dodici figli allattati e allevati da lei stessa; da Carlotta, disegnatrice raffinata, sensibile e malinconica, che aveva sempre vissuto in una scelta cerchia di amici intellettuali e artisti.

Per Napoleona il centro di gravità è il senso di appartenenza alla famiglia Bonaparte che costituisce per lei “il terreno su cui si sente più sicura e insieme più solidale, più tenuta a rispettare le regole”.

E proprio il nome di questo culto alla famiglia che Napoleona vivrà la grande avventura della sua vita: la partecipazione alla congiura, o meglio al tentativo di una congiura che avrebbe dovuto portare sul trono il figlio di Napoleone, il duca di Reichstadt. Non era certo questa, un’impresa adatta ad una donna come lei, audace e temeraria, abituata all’azione, ma del tutto inesperta di intrighi e raggiri diplomatici. Fu un’impresa che le costò le beffe della polizia austriaca e le critiche della famiglia, della quale, però, non si pentì mai. “Amazon sans casque,/Portant avec orgueil sa race sur son masque”, così la definirà Edmond Rostand, in L’Aiglon, il dramma del tragico destino del figlio di Napoleone, a sottolineare l’energia e la sprezzatura virile di una donna che aveva osato sfidare Metternich.

Ma, poi, ecco la rivincita: ecco, di nuovo, i Bonaparte al potere, quando, nel 1848, con un colpo di stato in Francia, Luigi Napoleone sarà proclamato imperatore. Napoleona, però, non è fatta per la vita di corte; non possiede la grazia, l’amabilità, la flatterie dell’imperatrice Eugenia o della contessa di Castiglione, le manca una solida cultura, dote indispensabile per una salonniére. Cambierà la sua vita dopo un viaggio nel Morbihan, quando deciderà di strappare all’abbandono le lande desolate di quel territorio. Accolta con speranza e riconoscenza dalla popolazione bretone, cui l’arrivo di una parente stretta dell’imperatore sembra un “dono del cielo” si impegnerà in progetti finalizzati all’incremento agricolo delle terre e al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti. Finalmente fuori dalle convenzioni codificate, libera di esprimere la sua soggettività “poteva girare a cavallo per la città, poteva vestirsi come le pareva, tagliarsi i capelli corti, andare a caccia, esercitarsi a sparare, poteva sorvegliare di persona i lavori e sedersi accanto agli operai fumando la pipa. Finalmente, aggiunge la Zucconi, nel doppio ruolo di vassalla e di padrona, si placarono armoniosamente le contraddizioni del suo carattere che le avevano sempre rovinato la vita”. Una vita che si spense, per sempre, nel 1869.

Non è una biografia e basta quella che Angelica Zucconi ci presenta. Se somiglia anche a un romanzo è merito certo della biografata ma anche della biografa che ci consegna un libro davanti al quale qualunque rosa-Moccia, qualunque prevedibile fantasy può apparire (e ce lo auguriamo) tanto banale e falso da risultare illeggibile.

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 136, 2008, pp.22-23