La passione della storia

Natalie Zemon Davis  dialoga  con Denis Crouzet

“Re e regine hanno avuto storici, i loro storici. Io non mi sento una storica al loro servizio…Sono gli “altri” che hanno bisogno di me. L’idea che alla gente modesta o cresciuta in un ambiente analfabeta  non rimarrebbe alcun modo di lasciar tracce mi disturba”. A parlare così è Natalie Zemon Davis mentre dialoga, nel 2003, con Denis Crouzet, professore di Storia moderna all’Université de Paris IV -Sorbonne. Natalie, una storica  americana, nata a Denver nel 1928, è conosciuta in tutto il mondo per “Il Ritorno di Martin Guerre” che è stato il suo libro più tradotto, giunto alla ventesima  traduzione, con la più recente edizione estone, e pubblicato in Italia  con una postfazione di Carlo Ginzburg.(Einaudi 1984). Fa parte, attualmente ,insieme con altre donne, della SIEFAR (Societé internationale pour l’étude des femmes de l’Ancien Régime; http:/siefar.femmes.free.fr). In Italia, in particolare, è stata la comunità delle storiche delle donne a farla conoscere. La rivista “Donna Woman Femme” ha pubblicato, nel 1977, la traduzione di uno dei suoi saggi più importanti sulla storia delle donne in Europa e “Memoria. Rivista di storia delle donne” ha tradotto nel 1983 una delle sue prime interviste. A darle ulteriore visibilità, nel nostro paese, ha contribuito il terzo volume della “Storia delle donne in Occidente” , curato insieme ad Arlette Farge e pubblicato nel 1991 da Laterza. Vastissima la sua produzione che spazia dalla storia della cultura a quella delle donne e che , negli ultimi anni, si è orientata ad includere studi sulla storia degli Indiani del Quebec e degli Africani del Suriname. Si rispecchia nelle quindici densissime pagine della bibliografia posta a conclusione di un libro dato recentemente alle stampe per i tipi  di Viella.

“La Passione della storia”, è questo il titolo del libro, curato dalle storiche Angiolina Arru dell’Università “L’Orientale” di Napoli, e da Sofia Boesch Gajano dell’Università di Roma Tre,tradotto da Paolo Galloni. Originariamente pubblicato in francese, nel 2004, con il titolo “L’histoire tout feu tout flamme”, il libro si presenta interessante per almeno tre motivi:

per la struttura del discorso che, attraverso la forma dell’intervista, segna uno scarto fortissimo rispetto allo statuto monologico del saggio e si presenta come la più adatta alla divulgazione;

per l’organizzazione delle argomentazioni che, come affermano le curatrici, attraversano continuamente il confine fra confessione autobiografica, riflessione metodologica, osservazioni storiografiche;

per il contesto teorico che viene ricostruito.

I sette capitoli in cui l’opera è divisa spaziano dalle emozioni della ricerca, gli incontri con i personaggi del passato e con gli storici del presente, i movimenti e le forme della costruzione intellettuale, i ricordi biografici e personali, l’impatto con la storia delle donne, l’impegno politico, il rapporto con la contemporaneità e le speranze per l’avvenire. Ne viene fuori l’immagine di una vita tesa –  “E’ vero. Ho, lo confesso, una personalità un po’ impaziente, che rifugge il riposo”-  straordinariamente densa di progetti, di interessi, di realizzazioni, vissuti da una donna coltissima, dotata di grande eleganza mentale, di voglia di vivere, di lucida comprensione del contesto.

Figlia di Julien Zemon, commerciante nel ramo tessile, e di Helen, gelosa custode delle tradizioni familiari, Natalie proviene da una famiglia di ebrei immigrati in America, giunta, ormai, alla quarta generazione. Studia allo Smith College, dove partecipa alle iniziative studentesche contro il razzismo e la bomba atomica, legge, fra gli altri, Max Weber e Vico. A diciannove anni, durante il terzo anno di studi allo Smith, sposa Chandler Davis, un matematico di grande valore. Un matrimonio cominciato “insieme alla caccia alle streghe”, che costerà, in seguito, cinque mesi di prigione a Chandler e il ritiro del passaporto, per otto anni, a Natalie, colpevole, con lui, di aver sostenuto l’importanza, per l’insegnamento, di un’atmosfera aperta, sottratta alla paura e alle intimidazioni “Un’idea sconvolgente per i membri dello HUAC!”.

Poi il dottorato, il PhD, sostenuto nel 1959, l’insegnamento alla Brown University di Providence , alla York University di Toronto, a Berkeley e infine, nel 1977, a Princeton, dove rimane per diciotto anni. Vive, in questo periodo, anni di grande fervore intellettuale e di grande interesse per la storia pluridisciplinare testimoniata dal “Program in European Cultural Studies” ed entra in una cerchia di studiosi ed amici che definisce “meravigliosa” e che include storici come Robert Darnton, Clifford Geertz, Tony Grafton. Una storia personale di cambiamenti continui di ambienti e di prospettive, vissuti con un ottimismo un po’ naїf, con l’uso di una formula magica di cui Natalie si serve ancora quando parla ai giovani che incontrano gli stessi problemi. “Proviamo per cinque anni, poi vediamo. Se dopo cinque anni non funziona, proviamo con qualcosa d’altro”. Nella sezione che porta il titolo “Speranze”, l’ultima del libro, si colloca questo passaggio quasi a suggello di una trama esistenziale orchestrata, tuttavia, in modo da evitare ogni forma di pettegolezzo sul conto di terzi o di indiscrezioni sull’intimità della sua vita privata. Chi voglia approfondire, o affrontare per la prima volta, la conoscenza di idee e metodologie che hanno segnato il dibattito storiografico e culturale fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento, incontrerà i grandi testimoni della storiografia francese del XX secolo: Michel de Certeau, ammirato per la varietà delle sue esperienze esistenziali, per il rispetto “democratico” nei riguardi dei soggetti delle sue ricerche; Pierre Goubert, Emmanuel le Roy Ladurie “era storico, antropologo, uomo di lettere, dotato di una visione del mondo insieme sacra e profana”.Troverà tra le storiche francesi della seconda generazione, i nomi di Eliane Viennot, fondatrice della SIEFAR, di Arlette Farge, l’autrice, tra gli altri saggi, de “Il piacere dell’archivio” che “ha aperto la strada- secondo Natalie- a una storia integrata, la storia delle donne nella storia sociale e politica. Potrà spingersi più oltre fino ad aggiornarsi sulle novità attuali delle proposte delle scuole storiografiche dei paesi post coloniali che includono sistemi di pensiero e di comprensione del mondo che divergono da quelli elaborati dalle scienze sociali europee. Certo il grande amore, la grande passione di Natalie è stata la Francia, il paese dei Lumi e della Rivoluzione, di Sartre e dei movimenti filosofici, che l’ha attratta  durante la giovinezza, quando, negli ultimi due anni dello Smith, frequenta la Maison Française,. A Lione, dove si reca nel 1952, inizierà le sue ricerche sui gruppi sociali, sulle rivolte degli operai, avvenute in questa città nel 1514. Il legame con il contesto francese appare evidente in molte delle sue opere ambientate nella Francia del Cinquecento:  da “Un caso di doppia identità” a “Storie d’archivio. Racconti di omicidio e domande di grazia”, a “Il dono. Vita familiare e relazioni pubbliche”.

Un connettivo forte della conversazione sono l’energia e il rigore intellettuale con cui la storica imposta e approfondisce i suoi temi sia che attengano a singoli fatti, persone e libri, sia quelli che affrontano questioni di carattere più generale.

Al centro della seconda categoria si pone la riflessione intorno al modo di scrivere la storia,all’uso delle fonti, alle tecniche di esposizione, al taglio che le donne hanno dato alla disciplina assorbendo le notevoli possibilità offerte dall’incontro con discipline diverse, smontando la storiografia come storia politica e assumendola come storia sociale. Nelle pagine del capitolo degli Incontri, colpisce l’ampiezza del ventaglio disciplinare che l’autrice dispiega. Si va dalla sociologia, all’antropologia, alla letteratura, alla linguistica e si discute, a lungo, sull’uso delle fonti. “Per me le fonti dirette o indirette non sono una prigione. Sono un filo magico che mi lega alle persone che sono morte da tanto tempo, le cui esperienze sono disperse nella polvere. E’ sull’uso “possibile “delle fonti che la conversazione, successivamente, si dilunga. E’ un uso, secondo Natalie, che non rende la storia una sorta di discorso paraletterario ma “uno spazio criticamente vagliato di probabilità” che nascono sempre da un trampolino di dati. Cogliere gli indizi nei silenzi dei documenti diventa,  per Natalie, un atto di fertilità e fecondazione , “definisce un’arte del pensare che dà la possibilità di riflettere, di ritornare alla documentazione, di affrontarla con nuove domande”. Richiede, altresì, di procedere  con un metodo ipotetico deduttivo in cui l’impiego del condizionale diventa una forma di tutela per lo storico e di rispetto per il lettore. Sarà proprio la storia delle donne occasione di nuove domande alle fonti e di messa a punto di più raffinate tecniche di ricerca “Ho capito rapidamente l’errore di chi pretendeva che il mio progetto non fosse praticabile con il pretesto dell’assenza di fonti: non era vero!Io adoro le sfide che consistono nel reperire fonti.

La storia delle donne, una passione nata negli anni giovanili, quando era studentessa, studiando Christine de Pizan. “E’ stato in quella fase che ho cominciato ad interessarmi ai fatti personali, alle contraddizioni, ai conflitti, alle tensioni tra la vita intima dei singoli e i progetti professionali, le realtà sociali, politiche, religiose di un’epoca”.

Nascerà così un’opera come Donne ai margini, la storia di tre donne del Seicento (prima ed. italiana Laterza, 2001), di Glikl has Yehudah Leib, una commerciante ebrea di Amburgo, Marie de l’Incarnation, una suora francese fondatrice del primo convento di Orsoline in America del Nord, di Maria Sibylla Merian, una naturalista e pittrice tedesca protestante. Tre donne né vittime né eroine, ai margini della Storia Ufficiale, che hanno, tuttavia, modellato e creato le loro vite, che hanno operato la “costruzione del sé”, che hanno tentato di sopravvivere, di adattarsi, di manifestare una particolare attitudine a trarre partito dalle situazioni con le quali si sono confrontate. Una storia, dunque, non come sequenza diacronica di eventi bensì come sincronica compresenza di variabili istituzionali di attori grandi e piccoli, di differenze non solo tra i sessi ma anche tra le donne stesse. Una storia letta, altresì, nel caso di Glikl e di Marie de l’Incarnation, attraverso categorie interpretative che rinunciano a valutare in modo univoco, cattolicesimo e protestantesimo del XVII sec. con l’uso disinvolto della coppia protestantesimo-forza progressista, cattolicesimo controparte conservatrice. Una storia che mette in discussione la prospettiva evoluzionistica della “storia di genere”. Perchè “si può conservare l’idea di un progresso lineare nella condizione delle donne, ma non se si intende fare una buona ricerca!”. Superare una visione storica fondata sul vecchio giocherello manicheo dell’ aut-aut, pensare agli eventi senza schemi precostituiti, aprirsi alle infinite singolarità della storia,attirando nell’orbita dei propri interessi nuovi popoli e nuovi spazi,  prendere le distanze da messianesimi con il loro portato di intolleranza, sono queste, in sintesi, le categorie di analisi su cui si fonda la scrittura della storia secondo Natalie. Ci permettono di conoscere una studiosa che cerca sempre nella storia la conoscenza degli esseri umani e non l’adulazione della propria immagine; una figura che non ha nulla di asettico, non teme di contaminarsi, di immergersi nelle fonti, di verificarne “l’intenzionalità”, e, se necessario, di “crearle”, (il che non significa inventarle) trasformandosi una vibrante narratrice .

Jolanda Leccese

Pubblicato su Leggere-Donna n° 131, 2007, pp. 16-17