Peggy Guggenheim e l’immaginario surreale

Era il 1979. A Venezia, nel palazzo Venier dei Leoni, dove aveva vissuto la marchesa Casati, si spegneva Peggy Guggenheim, “la bisbetica infelice”, come la chiamava Djuna Barnes. Moriva colei che è stata l’indiscussa mecenate, l’attenta collezionista di opere di artisti, importanti esponenti del movimento Surrealista e che può essere considerata, a pieno titolo, una protagonista della storia dell’arte e della sua divulgazione “alta”.

Aveva vent’anni quando, dall’America si era trasferita a Parigi, la città che le si spalancò di fronte con tutto il popolo di recenti immigrati che avrebbe formato la cosiddetta “generazione perduta”. Qui Peggy vive tra artisti e scrittori, nel circolo bohémien in cui viene introdotta dal marito Laurence Vail, scrittore ed artista. La frequentazione di Duchamp, in particolare, offre alla sua carriera nel mondo dell’arte un carattere sofisticato e internazionale e le apre le strade del Surrealismo.

Ciò che Peggy sembra cogliere di questo movimento, scrive il critico Luca Massimo Barbero, è la qualità d’essere in primis una forma di ribellione creativa e, in seconda istanza, l’inesauribile attualità dell’immaginario che è sì l’immaginario di ciascuno artista ma che appartiene anche all’immaginario dell’uomo, alla sua natura ad esso più o meno nota, evidente o occulta.

Collezionare e, al tempo stesso, formare una collezione destinata, sin dagli esordi, a divenire esaustiva di questa corrente sarà l’idealità concreta di tutta la vita di Peggy.

Inizia comprando un bronzetto di Jean Arp, nel 1937, su consiglio di Duchamp. L’anno dopo apre la propria raccolta-galleria, a Londra, con il nome provocatorio di “Guggenheim Jeune” e organizzerà una brillante serie di ventuno mostre fino alla chiusura, avvenuta nel 1939.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale la costringerà a rientrare negli Stati Uniti.

Sarà lei ad aiutare molti dei suoi amici (Breton è tra questi), a fuggire dall’orrore della guerra e del nazismo, a finanziarli nel loro soggiorno americano, ad esporre le loro opere nella galleria-museo, inaugurata sulla 57°, nel 1942. La denominò Art of this Century; in città la definivano “quel manicomio del Surrealismo”.

Eppure questo avvenimento funzionerà come un missile a propulsione culturale che farà germinare una nuova, possibile, cultura d’arte a New York e segnerà l’inizio del mecenatismo di Peggy nei confronti dell’arte americana. La galleria-museo diventa così un centro di riferimento permanente dell’arte d’avanguardia e fondamentale per le nuove leve di artisti americani: Pollock, Baziotes, Hore, Cornell, Rotko.

Ma Peggy non dimentica le artiste. Tra le sale della galleria, diversamente ambientate, ce n’è anche una, illuminata a luce naturale, dove vengono ospitate due collettive, tutte al femminile.

E’ certamente, questo, un segnale nuovo che corrisponde ad una cultura in cui gioca il peso dell’emancipazione femminile che, in quegli anni, vede diffondersi le prime iniziative di lotta. Un evento storicamente importante anche se le numerose critiche all’esposizione dimostrarono che i tempi non erano ancora maturi per scelte progressiste di questo genere.

Eccola di nuovo in Europa nel 1948. Ha già alle spalle il fallimento del suo matrimonio con Max Ernst, ma tanti progetti nel cassetto. A Venezia è presente, alla XXIV Biennale, in un insolito padiglione greco affidato interamente alla sua collezione. Palazzo Venier dei Leoni, da lei successivamente acquistato, sarà ristrutturato al millimetro per ospitare un numero di opere solido e in grado di rivaleggiare con i migliori antagonisti europei.

A Peggy Guggenheim è dedicata, in questi mesi, una mostra, nella città di Vercelli, nelle sale dell’ex chiesa abbaziale di S. Marco che resterà aperta fino al 4 marzo 2008 (Cat. Giunti)

Luca Massimo Barbero, che ne è il curatore, la definisce “un incontro tra amici legati biograficamente, artisticamente e storicamente a Peggy”. Un viaggio a ritroso tra diari, vicende, relazioni, mecenatismo, fotografie. Ecco Peggy, questa donna dal volto non bello ma dal corpo affascinante che sedusse, volenti o no, molti uomini, vicino alla tenebrosa, esotica Foresta di Max Ernst. Eccola, vestita di bianco, davanti a L’Aurora di Delvaux, eccola nella “barchessa” di Palazzo Venier: in primo piano Corona di germogli di Jean Arp (una ghirlanda di semi di colore rosato) dietro la quale è collocata Donna sgozzata di Alberto Giacometti.

Più di cinquanta sono le opere esposte; provengono dai due Musei Guggenheim di New York e di Venezia. Si presentano organizzate in un percorso finalizzato non tanto ad offrire una configurazione filologica e organica del movimento Surrealista, quanto piuttosto ad evidenziare la “passione” di Peggy, la sua volontà di dare visibilità pubblica alla propria collezione. Un percorso che vede, dunque, in questa grande mecenate, il filo conduttore, il referente di una rete di consuetudine, di rapporti di vita tra la sua e quella degli artisti: Dalì, De Chirico, Brauner, Masson, Magritte, Picasso, Tanguy, Matta, Arp, Moore, Giacometti.

Al di là del fascino delle opere di Max Ernst, presenti nella parte centrale dell’esposizione, quasi a cardine del percorso, spiccano le sculture di Alberto Giacometti: Femme cuiller (Donna cucchiaio), Femme égorgée (Donna sgozzata), in cui sono presenti elementi legati all’immaginario surrealista, a partire dal tema dell’ibridazione della figura femminile, ora simbolo di fertilità nella Donna cucchiaio, ora esplicitamente associata ad attributi che rimandano alla mantide religiosa, all’immagine della donna suscitatrice di visioni oniriche, di sensualità, di morte.

Spetta solo a Eleonora Carrington e a Leonor Fini il compito di rappresentare, in questa mostra, le artiste che si avvicinarono al Surrealismo nella seconda metà degli anni Trenta. Una schiera che fu numerosa e variegata: da Valentine Hugo a Dorothea Tanning, a Remedios Varo, a Jacqueline Lamba, a Lee Miller, per citare solo qualche nome.

Fu proprio Eleonora Carrington, classe 1917, la prima artista donna ad entrare nella collezione di Peggy. Di lei Breton ricordava “uno sguardo vellutato e beffardo, che una voce rauca rende ancora più suggestiva” e non esitava a scrivere che “i quadri straordinari che ha dipinto dopo 1940 sono senza dubbio i più intrisi del meraviglioso moderno”. Le opere della Carrington emanano, infatti, un’atmosfera onirica sia per la ricreazione di uno spazio che non appartiene alla geometria euclidea, sia per la profusione di essere ed animali mitici. Nelle sue opere confluiscono anche le esperienze della sua infanzia, le leggende celtiche che sua madre irlandese le raccontava. Di questa pittrice, inglese, allieva del purista Amédée Ozenfant, è presente in mostra “ Essi vedranno i tuoi occhi (Oink) . Un titolo che è la citazione letterale della traduzione inglese di un versetto tratto da uno dei libri della cabala. Un’opera complessa per lo sviluppo narrativo delle diverse scene e per i dettagli iconografici (il serpente arrotolato, gli esseri metamorfici ibridi e complessi) propri dell’immaginario surrealista.

La stessa atmosfera onirica e fantastica caratterizza “La pastorella delle Sfingi” (The Shepherdess of the Sphinxes) di Leonor Fini. Figlia di madre italiana e padre argentino, cresciuta a Trieste, in un ambiente di grande cultura, e, successivamente, a Parigi, Leonor è stata anche creatrice di costumi per il teatro, l’opera, il balletto, il cinema. Sullo sfondo inquietante e minaccioso di un paesaggio desertico, in cui sono disseminati fiori strappati e ambigui resti di un banchetto, emerge, provocante, la figura femminile della pastorella, al centro, circondata da un gruppo di sfingi, ibride donne-leonesse che alludono a un’idea di metamorfosi tipicamente surrealistica.

Secondo la critica femminista il Surrealismo avrebbe ereditato la visione tardo-romantica della belle dame sans merci, la dama bella e senza pietà, la femme fatale. Ma le rappresentazioni di queste due artiste basterebbero, da sole, ad evidenziare come, se anche non sono state protagoniste di primo piano del Surrealismo, hanno, tuttavia, saputo esprimere le emozioni legate alle rappresentazioni dei loro mondi immaginari, il loro sapere, tutta l’indipendenza, insomma, di donne determinate.

 Jolanda Leccese

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