Sophie Taeuber-Arp

Il nome di Sophie Taeuber è poco conosciuto in Italia, non solo fra i giovani ma anche fra i tanti, uomini e donne, che hanno l’abitudine di frequentare musei e gallerie d’arte.

Eppure è un nome che risulta iscritto, come ha recentemente sottolineato Renato Barilli, nell’albo d’oro dei protagonisti delle avanguardie artistiche della prima metà del 900, presente agli incontri e agli appuntamenti più prestigiosi di quegli anni.

Eppure sul suo volto s’imbattono, sovente, gli svizzeri come gli ospiti stranieri. L’artista, infatti, svizzera di nascita, è raffigurata sull’attuale edizione della banconota di 50 franchi, coniata dalla Banca Nazionale  Svizzera.

E’ ora che si sappia un po’ di più di Sophie Henriette Gertrud, di questa artista multiforme, poco incline alle dichiarazioni ufficiali, sperimentatrice di razza, nata a Davos-Platz nel 1889 e morta, prematuramente, a Zurigo nel 1943. Questa occasione ci viene offerta da una mostra, organizzata al Museo Correr di Venezia (fino al 16 Luglio), a cura di Elena Cardenas e Stefano Cecchetto. Le opere di Sophie sono affiancate a quelle di Jean Arp che fu suo compagno di vita e di lavoro in un rapporto fedele e costante: due esistenze che scorsero, in parte parallele, in parte fuse, poi bruscamente divise dalla precoce scomparsa di lei.

Non è la prima volta che alla coppia viene dedicata una mostra in Italia. Quasi dieci anni fa, a Mantova, precisamente alle Fruttiere di Palazzo Te, nel 1997, fu avviata una rassegna itinerante che, dopo aver toccato numerose altre sedi, è giunta a Rolandseck, nella Renania-Palatinato, all’interno del Museo Arp, progettato da Richard Meyer, che conserva una splendida collezione delle opere dei due artisti.

Di Sophie si è parlato sulle pagine della nostra rivista (Leggere Donna , maggio-giugno 2003, n.104) in  occasione della mostra Arte in due, che si tenne a Torino, nel 2003 (Palazzo Cavour, Cat.Mazzotta).

Sophie era, scrive Lorenza Trucchi, in catalogo (ediz. Marsilio), una creatura solare, mite, persino acquiescente ma rigorosa e determinata nella vita artistica. Apprezzata docente di Progettazione tessile e ricamo alla Scuola di Arti e Mestieri di Zurigo (dove si era trasferita, dopo gli studi a Monaco e dove insegnerà fino al 1929), mette subito a fuoco un paradosso della creatività femminile, relativa al ricamo e all’arredo, da sempre promossa e richiesta, ma mai assurta al rango di arte maggiore. Non esiterà ad annoverarsi con orgoglio tra gli “Artigiani-Artisti”, a far proprie le suggestioni teoriche delle avanguardie, che poi approfondì nella relazione con il Bauhaus, con Max Bill, in particolare, creatore, come lei, multiforme, come lei convinto assertore della valorizzazione delle arti applicate in osmosi con le arti maggiori. Si cimenterà, infatti, con una produzione artigianale e decorativa che si distingue per ardire e originalità. Ricamo, tessitura (i suoi arazzi saranno esposti, nel 1925, a Toledo, negli Stati Uniti); in seguito arredo, architettura d’interni, progettazione di vetrate, creazione di straordinarie marionette che coniugano, con grazia e ironia, cubismo e costruttivismo.

Per inquadrare storicamente la sua figura artistica va subito precisato che l’arte,  per Sophie, deve rifuggire dall’imitazione della realtà e perseguire la progressiva eliminazione dell’elemento individuale. Già nel 1915, quando è poco più che ventenne, ha compiuto il suo coraggioso percorso dal “mostro”interpretato dalla ghirlanda di fiori, “all’essenzialità del quadrato”, scegliendo la strada difficile dell’astrazione. Gran parte della sua produzione, acquerelli, guaches,tempere, olii, sarà caratterizzata da figure geometriche , rettangoli e triangoli e, più tardi, cerchi  dove , spesso, si collocano linee, conchiglie, fiori, quasi a rappresentare un elemento di raccordo tra chiuso e aperto, tra razionalità e casualità. Perché, come scrive Lea Mattarella, in un saggio dedicato alla coppia Arp-Taeuber, “per la sua poetica è essenziale riconoscere un ordine ideale… La sua visione la induce a ricondurre tutto all’interno di una forma perfetta, un ovale, un cerchio, un quadrato”. Aperta alle novità, Sophie non esita a sottoscrivere,insieme al marito, nel 1918, il Manifesto del movimento Dadaista; eppure, definirla dadaista sarebbe un’etichetta inappropriata,in quanto l’artista restò immune dalla negazione corrosiva e totalizzante del Dadaismo del quale accolse, invece, il lato più dilettevole e poetico. Straordinaria risulterà l’esperienza vissuta al Cabaret Voltaire, a Zurigo: dove si parlava in quattro lingue e ci si opponeva all’assurdità della guerra, ai limitati orizzonti dell’arte tradizionale e si reagiva contro i pregiudizi borghesi. Centro di irradiazione del movimento Dada, il Cabaret Voltaire fu contemporaneamente club artistico, sala d’esposizione e teatro, creato nel febbraio 1916, a Zurigo appunto, da Tristan Tzara. Totalmente immersa in quel clima ultra-sperimentale, Sophie anima le serate favolose del Cabaret e si esibisce, lei che aveva frequentato anche la scuola di danza libera del maestro Rudolf von Laban, in alcune rappresentazioni di danza su musica di Arnold Schönberg e Erik Satie.

Appartiene a questi anni la creazione di marionette, realizzate nel 1918, per la rivisitazione di Renè Morax del Re Cervo, favola tragicomica di Carlo Gozzi.

Per uno strano gioco di coincidenze, proprio quest’anno ricorre il secondo centenario della morte di questo scrittore dal grande talento immaginativo, autore di Fiabe Teatrali che si possono leggere nelle edizioni Garzanti (a cura di Alberto Beniscelli).Maurizio Scaparro si appresta a rendergli omaggio ricordandolo nella prossima Biennale che sarà da lui, nuovamente, diretta.

Ma torniamo a Sophie. Guarita da una linfodenite polmonare che la tenne bloccata per diversi mesi ad Arosa, in sanatorio; è pronta per nuove avventure.

A Strasburgo, dal 1927 al 1928, esegue, insieme al marito e a Theo van Doesburg, la ristrutturazione e la trasformazione del palazzo dell’Aubette in un café-dansant, realizzando, così,  il sogno di una totale integrazione tra architettura, pittura e decorazione. A Clamart, nei dintorni di Parigi, lavora alla realizzazione completa della sua casa, dove abiterà fino al 1939. Qui Sophie conferma, ulteriormente, le sue non comuni doti di progettista e di lucida interprete dell’ipotesi di “integrare le arti”: lo dimostrano la semplice ma robusta volumetria razionalista della costruzione, il disegno sobrio e lineare del mobilio in legno, dipinto per lo più di grigio-azzurro. Intanto il suo bagaglio di esperienze è arricchito dalle frequentazioni con intellettuali e artisti, Max Ernst, Paul Eluard, Robert e Sonia Delaunay, dai fecondi contatti con il gruppo di astrattisti del “Cercle et Carré”, fondato da Michel Seuphor e Torres Garcia; dalla adesione al movimento parigino “Abstraction-Creation”, al gruppo “Allianz” fondato dall’amico Max Bill. (A chi fosse interessato segnaliamo che, a questo artista, è stata recentemente dedicata una mostra a Milano, Palazzo Reale, fino al 25 giugno).

Numerose le partecipazioni a mostre: Parigi, Londra, Basilea; quasi ininterrotto il susseguirsi di attività collaterali. E’ tra le fondatrici della Rivista d’Arte Internazionale “Plastique”, di cui cura anche la redazione e l’impostazione grafica; illustra, a più riprese, i libri di poesia del marito. Dalla collaborazione con i Magnelli e i Delaunay, a Grasse, dove si è rifugiata, insieme con il marito, per fuggire alle truppe di occupazione tedesche, nascono i disegni pubblicati più tardi dal marito in un’antologia del 1950 (Album Grasse). Una morte improvvisa la coglie a Zurigo dove, nella notte tra il 12 e il 13 gennaio del 1943, viene asfissiata dalle esalazioni di ossido di carbonio di una stufa difettosa.

Che la vita di Sophie non sia stata quella di pedina-ancella, di personaggio vicario del marito, lo dimostrano le sue opere e la sua vita, le testimonianze di chi l’ha conosciuta. Ci sembra degna di essere proposta all’attenzione quella di Michel Seuphor: “per me, non c’è differenza di livello tra Arp e Sophie Taeuber. Io la considero come una grandissima figura, una delle eminenze dell’arte di questo secolo. …Ho perfino una leggera preferenza per Sophie che era particolarmente modesta e discreta….Quasi tutte le persone che venivano da Arp non sapevano che c’era al di sopra del suo studio un altro studio altrettanto grande che era quello di Sophie, che non visitava nessuno. Lei faceva delle opere straordinarie, che adesso si trovano nei musei, ma che solo tre o quattro persone conoscevano allora. Eppure, Arp riceveva tante visite tutti i giorni”.

Jolanda Leccese

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