Giuseppe Capecelatro a Napoli

note in margine alla mostra: Lady Hamilton – Eros e Attitude

                        Roma, Casa di Goethe, fino al 17 gennaio 2016

  pubblicato su LA VOCE del POPOLO n° 3 del  febbraio 2016

L’occasione di ricordare Giuseppe Capecelatro, arcivescovo di Taranto (1778-1816), letterato dai molteplici interessi sulle cui opere sono stati prodotti studi pregevoli, ci viene offerta da una mostra in corsa a Roma presso la Casa di Goethe.

Una mostra interessante che, attraverso una ricerca documentata e precisa, presenta la storia di Lady Hamilton (Emma Hart) la bella moglie di Sir William Hamilton, competente studioso dell’antichità, uno dei primi vulcanologi empirici  il Volcano Lover (Susan Sontag), ambasciatore della monarchia inglese presso la corte borbonica nella Napoli di Ferdinando IV.

Personaggio fuori dagli schemi, favorita e poi moglie di Sir Hamilton, confidente di Maria Carolina, amante di Lord Nelson, divenne famosa come artista performer, inventrice delle Attitudes, rappresentazioni di dipinti e di statue antiche in forma di tableaux-vivants, vere e proprie performance plastico-mimiche spesso accompagnate da inserti canori.

Merito non secondario della mostra è quello di offrire una pluralità di sguardi sull’entourage di amici e savants, scrittori, artisti, eruditi, viaggiatori del Grand Tour, formatosi intorno alla figura carismatica dell’ambasciatore in una Napoli cosmopolita divenuta uno dei grandi centri culturali dell’epoca, anche in seguito ai sensazionali ritrovamenti archeologici di Ercolano e Pompei.

Tra questi c’è Giuseppe Capecelatro, l’arcivescovo di Taranto, che, come la maggior parte dei notabili, risiede di regola nella capitale e gode della stima di Sir Hamilton cui è vicino per la consonanza degli interessi antiquario-naturalistici.

Ad offrire un ulteriore tassello nel quadro delle informazioni già possedute sul personaggio interviene un saggio in catalogo di Dieter Richter, grande esperto dell’Italia meridionale (Ed. Verlag, 2015), che evidenzia i rapporti di amicizia intercorsi tra l’arcivescovo e i coniugi Hamilton, le frequentazioni e, in particolare, gli interessi culturali che lo avvicinano agli esponenti della cultura tedesca che abitualmente visitano la casa dell’ambasciatore.

Attraverso il commento condotto dallo studioso sul resoconto del Viaggio in Italia della duchessa Anna Amalia di Sassonia-Weimar (Briefe über Italien, pubblicato nel 1999) e soprattutto quello del diario della damigella di corte Louise Göchhausen (pubblicato nel 2008) siamo informati che l’ecclesiastico partecipa regolarmente ai trattenimenti del cosiddetto “circolo weimariano”, che si raccoglie intorno alla duchessa, ospite assidua, insieme al suo seguito, di casa Hamilton, tra Palazzo Sessa e la Villa di Posillipo, nel periodo che va dal 1789 al 1790.

Capecelatro -scrive Louise nel suo diario- “è una delle persone migliori, più nobili, più ricche di spirito e ragionevolezza…quanto è amato, tanto è devoto alla duchessa”. Le differenze confessionali che spesso pesavano molto ai viaggiatori dell’epoca, non sembrano avere importanza “l’arcivescovo di Taranto è tutto un altro tipo rispetto ai vescovi tedeschi”. Ugualmente Herder, che lo stimava molto, lo definisce “l’ecclesiastico più intelligente, vivace, colto, sensato e amabile che io abbia mai visto”.  Ma le notizie più interessanti, anche perché poco note in Italia, provengono da una serie di lettere “Lettere alla Signorina Hart inglese da un suo Amico”, che si trovano nel lascito di Anna Amalia in una copia ascrivibile alla damigella citata in precedenza e che, secondo lo studioso, rinviano a Capecelatro come autore in base al contenuto ed ai numerosi indizi in esse presenti. Scritte dietro esortazione di Lord Hamilton perché provveda alla formazione filosofica-morale della sua Emma, elaborano precetti di vita su un insieme di valori ritenuti più adeguati al comportamento morale della destinataria. Si tratta di un esile corpus di lettere che tendono non solo, e non tanto, a mostrare una verità quanto, senechianamente, ad esortare, ad invitare al bene.Emerge il profilo dell’intellettuale che parla con il tono cordiale di chi non si atteggia a maestro,  “non pretende di confondere la mente con i sistemi dei filosofi” ma di chi intende trattare gli argomenti “così come escono dal mio cuore”, proporre il suo ideale di vita fondato nell’acquisizione di alcuni principi basilari nello spirito delle idee illuministiche: la centralità della virtù intesa come “forte attaccamento al giusto e all’onesto”, come “inclinazione al sollievo dei poveri e degli oppressi”, l’importanza della “ragione come guida affidabile per il dominio delle passioni”, l’elogio dell’amicizia “figlia dell’amore, educata nel tempio della sapienza”.Ma quel che rende il documento ancora più interessante è l’aggancio con la vita vissuta che interviene in apertura di ogni lettera. Sono brevi note in cui non è il moralista ma l’amico che parla come a stemperare la necessaria pedanteria degli insegnamenti proposti. L’amico che apprezza la piacevole compagnia di chi gli sta intorno, grande estimatore di Sir Hamilton, cui si sente vicino per l’ottimistica fiducia nei progressi della scienza. Sir Hamilton è “l’Amabile Cavaliere, cui tanto deve non soltanto la sua patria ma l’Europa intera”; per lui trova parole di elogio che sembrano rasentare l’adulazione “Tante osservazioni su le produzioni Vulcaniche! Mille replicate esperienze sul miglioramento delle scienze! …La sua ricerca, la sua diligenza svegliarono una virtuosa emulazione di penetrare nelle viscere della terra per trarne i momenti soggiogati dal tempo divoratore”. Gli accenni di cronaca relativi alle belle serate trascorse a Posillipo nella villa che porta il nome di Emma, “la dolce memoria del nostro Posillipo, la compagnia di pochi amici, quel Casino pittoresco”; l’accurata attenzione al vibrare di atmosfere notturne “il moderato fuoco del Vesuvio, lo spettacolo della luna nascente, la placidezza del mare”, lo rivelano perfettamente omologato alle scelte di vita, ai riti di una società orgogliosamente elitaria; raffinato cultore delle bellezze della natura ma anche della grazia e della leggiadria della sua destinataria. Pur non dimentico dei suoi doveri, “della seria occupazione di giovare ai fanciulli figli di padre incerto, esposti nei pubblici ospedali”, il prelato non può evitare di subire il fascino della bella Emma, l’ammirata primadonna delle serate mondane in casa di Sir William, la celebrata ospite dei palazzi nobiliari di Napoli e Sorrento.

Emma è la “garbata, amabile, dolcissima Hart”, colei che lo incanta con la sua “voce angelica” (del suo repertorio musicale facevano parte arie d’opera di Händel e Paisiello). Emma è colei che “trionfa di tutti cuori con le sembianze del suo corpo”, un corpo in cui si potevano proiettare gli ideali di bellezza così come erano stati espressi nelle statue antiche; un corpo di cui Emma ben conosceva le capacità espressive e che sapeva plasmare con disinvoltura nell’interpretazione dei diversi ruoli, di Arianna come di Talia o della baccante, che formavano il repertorio delle sue Attitudes.

Quando l’arcivescovo scrive queste lettere siamo nel 1788. Ben diverso sarà il “ruolo” di Emma al fianco di Nelson nella repressione della rivoluzione Giacobina del 1799. Ormai a questa data si interrompe per sempre il rapporto di amicizia che aveva legato l’arcivescovo ai coniugi Hamilton. Le scelte di vita, gli orientamenti politici, li porteranno per strade opposte.

Ma questa è un’altra storia.

Jolanda Leccese

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Il Libro di Mush

se ne è parlato in un incontro presso la Biblioteca Acclavio di Taranto

 

Il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano il genocidio che la terza armata turca compì contro il loro popolo. Un genocidio su cui ancora continua a gravare il silenzio della Turchia rispetto alle proprie responsabilità; un massacro la cui pianificazione avvenne fra il dicembre 1914 e il febbraio 1915, all’interno del primo conflitto mondiale. In nome dell’ideologia panturchista perirono circa un milione e mezzo di persone; l’obiettivo era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e innanzitutto politico.

Di questo argomento hanno parlato i componenti del gruppo di lettura “Leggere-Leggersi” durante un incontro organizzato presso la Biblioteca comunale della nostra città. Sono lettori che si ritrovano insieme sulla base di affinità, passioni e curiosità comuni e che parlano liberamente, tra di loro dei libri che hanno scelto e letto. Ospite d’onore la prof.ssa Mary Avakian, dell’Istituto Pacinotti, che ha illustrato particolari poco noti delle persecuzioni compiute nei confronti della comunità armena.

All’interno del programma annuale di letture, si è scelto di discutere su Il libro di Mush, l’opera di Antonia Arslan (la scrittrice di origine armena, autrice del best-seller la Masseria delle allodole), recentemente data alle stampe.

Un libro ispirato, nostalgico, realista, che, tra storia e leggenda, narra la vicenda della salvezza del Omiliario di Mush, il più grande manoscritto miniato armeno esistente, miracolosamente sopravvissuto al genocidio di questo popolo.

Calandosi all’interno di una tra le più diffuse delle leggende, che narra che furono due donne a salvare il libro, dividendolo in due, l’autrice ne rielabora liberamente i contenuti, aumentando a cinque il numero dei personaggi, riportando alla luce episodi riferiti alle stragi di Mush, dove furono sterminate circa centomila persone, di cui, fino a pochi anni fa, si sapeva molto poco.

In una notte del giugno del 1915, tre donne, un uomo e un bambino lasciano la valle di Mush, si allontanano dal loro paese distrutto dai turchi delle terza armata. Camminano tra immagini di morte, massacri, incendi, che appaiano come filtrati attraverso le loro percezioni quasi sensoriali. Scorre in filigrana la storia del popolo armeno, si allarga ad accogliere la rievocazione nostalgica di un passato perduto, la tragicità di un futuro di deportazioni, di servaggio alla mercé dei padroni turchi, di esilio in terre lontane.

Solo una delle tre donne e il bambino giungeranno fino a Yerevan dove il libro sarà consegnato ai monaci del luogo. Oggi, ricomposto nelle sue due parti, si trova nella biblioteca della capitale. Qui continuerà ad essere motivo di orgoglio per il popolo armeno sconfitto e umiliato finché ci sarà qualcuno, come Antonia Arslan, che assuma la responsabilità etica di non restare indifferente davanti al sangue e al fango della storia, finché ci sarà qualcuno che sappia pronunciare le parole ostinate della più antica magia “ora vi racconto”.

Molteplici le indicazioni critiche provenienti dal gruppo che hanno disegnato diversi percorsi di lettura, facendo anche emergere considerazioni sull’importanza delle testimonianze di uomini che, a rischio della propria vita, nella shoah, nei gulag, nell’ex Jugoslavia, si sono distinti per la loro volontà di sottrarsi ai dettami del totalitarismo e della violenza etnica. Come il tedesco Armin Wegner, o, più recentemente, lo studioso turco Taner Akcam che, con immenso coraggio, hanno fornito, in vario modo, le prove del genocidio armeno. Costruttiva, nel gruppo, la presenza dei rappresentanti dell’associazione culturale “Dopolavoro Filellenico” che hanno contribuito ad evidenziare una tematica non secondaria del libro, quella relativa alla comunanza di due popoli, l’armeno e il greco, uniti dal destino atroce della persecuzione da parte dei turchi.

 

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Jolanda Leccese (in piedi) con il gruppo di lettura Leggere-Leggersi

Jolanda Leccese

per il gruppo di lettura Leggere-Leggersi

La donna e il tricolore: il Risorgimento invisibile

Taranto-Salone degli Specchi-31 maggio 2011

consegna targa a Jolanda Leccese dr. Ippazio Stefano (Sindaco di Taranto), prof.ssa Jolanda Leccese (della Società Italiana delle Letterate)
Nicla Pastore (giornalista), prof.ssa Jolanda Leccese (della Società Italiana delle Letterate), Letizia Lisi (presidente associazione Il Melograno), dr. Ippazio Stefano (Sindaco di Taranto), prof. Angelo Scialpi
Nicla Pastore (giornalista), Letizia Lisi (presidente associazione Il Melograno), prof.ssa Jolanda Leccese (della Società Italiana delle Letterate)