Le porte del mediterraneo

LE PORTE DEL MEDITERRANEO

The Gates of Mediterranean

 Rivoli, Palazzo Piozzo-Casa del Conte Verde

fino al 28 settembre 2008

 

Mediterraneo. I Romani lo chiamavano Mare Nostrum,  gli Arabi al-Bahr al Mutawassit, Mare di Mezzo.

Mare tanto piccolo quanto antico; da sempre luogo di frontiera, o, meglio, spazio in qualche misura indistinto, sospeso fra frontiere mobili che si spostano continuamente percosse dalla storia.

Frequentato, in un continuo andirivieni, da petroliere, motoscafi d’altura, flotte da guerra, navi da crociera, da natanti da diporto e da “carrette” di clandestini. Oggi il Mediterraneo continua ad essere la porta della speranza di centinaia di migliaia di disperati in fuga da un’esistenza impossibile e questo sta comportando il grave rischio di irrigidimenti su posizioni conservatrici che possono preludere a nuovi fondamentalismi.

“Proprio per questo potrebbe essere non inutile parlarne dal punto di vista della porta o soglia,  termine che può suggerire relazione, scambio, incontro, oppure, al contrario, separazione, cesura, scontro”.

Così si esprime la storica dell’arte Martina Corgnati, curatrice di una mostra in corso a Rivoli “Le porte del Mediterraneo”, che resterà aperta fino al 28 settembre di quest’anno.

Presenta 17 artisti internazionali, provenienti, quasi tutti dalle sponde del Mediterraneo, Egitto, Libano, Jugoslavia, Italia, Israele, che si sono proposti di illustrare le complessità della vita e delle relazioni che si articolano intorno a questo mare. Irrequieti pendolari, essi stessi, fra le regioni di provenienza e quelle, successive, delle residenze d’esilio (da Beirut ad Amsterdam come Mounira Al Solh, da Gerusalemme a Milano come Tarin Gartner), si sono prefissi il compito, certo non facile, di indagare le condizioni di “sospensione”, di “provvisorietà permanente”, il malessere di chi è costretto a lasciare la propria terra, di chi si sente “straniero” in una terra dove non è nato, esprimendosi nel loro linguaggio che non è certo quello degli slogan e dei luoghi comuni delle Istituzioni.

Le loro indagini, elaborate con strumenti diversi, soprattutto video, installazioni, immagini fotografiche, si concentrano proprio sui concetti di “frontiera”, di “porta”, metafore forti per evidenziare gli scambi, le relazioni tra i popoli, ma anche le chiusure in nome delle differenze etniche, sociali e religiose.

Difficile, a volte, ricordare i nomi di questi artisti, ma non è così per le opere che propongono; esigono attenzione, riflessioni attente, perché spesso si configurano come una stratificazione di significati, incentrati non solo su un asse estetico ma anche culturale, politico, esistenziale.

C’è l’animazione, progettata dall’egiziano Hala Elkoussy. Dura 16 minuti e segue Younis, un giovane egiziano, nel suo viaggio Da Roma a Roma. Non è questo un errore di ripetizione perché, nella città del Cairo, ci sono insediamenti noti come Roma, Milano, Palermo, a causa dell’elevato numero di abitanti di questi posti venuti in Italia. Da Roma a Roma è la rappresentazione del “sogno occidentale”, basata su storie vere di vita vissuta da giovani che hanno tentato la traversata illegale del Mediterraneo alla ricerca di una vita migliore.

Come quella dell’immigrato albanese che, nella performance di Agnese Purgatorio, un’italiana di Puglia, costruisce, intorno a sé con i mattoni e la calce un rifugio circolare. Un’opera la cui circolarità, appunto, se, da una parte, rimanda a rituali di iniziazione, dall’altra vuole suggerire una nuova geografia dell’esistenza che cerca di ridefinire i confini, spostarli, cancellarli, anche se solo in un tempo sospeso, quello della mostra. “Il mio approccio all’arte tiene conto da sempre della realtà marginale, di chi è fuori dagli schemi, dai ruoli, per scelta, per nascita o per necessità” così si esprime la Purgatorio nella scheda in catalogo curato da Skira.

Non chiamateci profughi, scriveva Hannah Arendt, “abbiamo”, diceva, “perso la casa, che rappresenta l’intimità della vita quotidiana…il lavoro, che rappresenta la fiducia di essere di qualche utilità in questo mondo…la nostra lingua, che rappresenta la spontaneità delle reazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione sincera e naturale dei sentimenti”.

Su questa condizione di spaesamento, fra asilo ed esilio, cerca di farci riflettere l’armena Sonia Balassanian con i suoi ritratti in cui l’identità del volto di una donna sembra ora confondersi, ora decomporsi.

E ancora sul tema delle migrazioni, tra le regioni del Sahara arabo del Nord e quelle della zona del  Sahel (Mali, Niger, Ciad), si cimenta la svizzera Ursula Biemann con i video-documentari Cronaca del Sahara. Una cronaca che oggi vede protagonisti esiliati o lavoratori nomadi alla ricerca di altri territori dove “ritentare” la vita.

Se il ruolo dell’arte è, soprattutto, quello di creare “fughe in avanti”, di offrire forme che aprono alle “possibilità di mondo”, di queste “possibilità” ci parla l’israeliana Tarin Gartner, in una bellissima immagine fotografica. In Gesher, 2003, una fotografia in cui riprende se stessa, costruendo con il suo corpo un ponte su pietre discontinue, l’artista esprime la sua volontà di collegare terre divise, popoli diversi -israeliani e palestinesi- non attraverso progetti e infrastrutture ma attraverso la creatura umana stessa, il suo ruolo, la sua responsabilità.

L’arte, sembrano suggerirci questi artisti, come dialogo per comunicare, per denunciare la presenza invadente dei confini, dei muri, delle mancate opportunità che il genere umano deve ancora subire.

Di questo dialogo oggi c’è gran bisogno, nei nostri tempi in cui le culture nazionali si sottomettono al nazionalismo e la coscienza nazionale si sostituisce alla coscienza.

Dialogare dunque, non in nome di una ideologia nazionalista ma in nome di una cultura che sia resistenza ad ogni forma di ignoranza o pregiudizio. Di questo ci parla Mounir Fatmi, marocchino di Tangeri trapiantato a Parigi, nella sua installazione che si presenta come un insieme di libri legati tra loro da cavi di avviamento e pinze. Les Connexions è il titolo di questo che potrebbe apparire un enigma ma che materializza, proprio attraverso le connessioni, la necessità della circolazione, della trasmissione delle idee, richiama l’importanza e la fecondità dei rapporti tra culture diverse.

In una seconda sede, nella Casa del Conte Verde, la mostra presenta anche una sezione storica, dedicata ai Viaggiatori ed artisti piemontesi alla scoperta del Mare Nostrum, in cui vengono ricostruite, attraverso dipinti, incisioni, disegni, fotografie le relazioni fra il Piemonte ed il Mediterraneo e la passione per l’archeologia e l’esplorazione di pittori vissuti tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900.

Ci fa piacere ritrovare, tra i nomi dei curatori di questa sezione della mostra, quello del prof. Alberto Cottino, che abbiamo conosciuto come critico d’arte in mostre indimenticabili dedicate alla natura morta e che ci fornisce preziose notizie nel capitolo, in catalogo, dedicato alle “sorprese esotiche nell’arte piemontese tra Ottocento e primo Novecento”. 

                                                                                                                        Jolanda Leccese

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