Annette Messager

Messaggera

pubblicato su Leggere Donna n° 176 (2017)

Villa Medici- Accademia di Francia  9 febbraio- 23 aprile 2017

Annette Messager è arrivata in Italia, nell’aprile di quest’anno, per al sua prima mostra personale negli spazi di Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma.

Nata a Berck sur Mer, nel 1943, Leon d’oro alla Biennale di Venezia 2005, vincitrice nel 2016 del Praemium Imperiale International Arts Award per la scultura, è un’artista di fama internazionale che, in questa mostra, continua a dimostrare l’originalità del suo talento che si dispiega in una operatività aperta ad una molteplicità di forme espressive: dalla pittura, alla scultura, alla fotografia, al ricamo, al disegno, alla scrittura.

“Artista, collezionista, bugiarda, bricoleuse, donna pratica” così, in Mot pour Mot, l’artista si presentava con una varietà di sostantivi ed aggettivi per definire se stessa e le sue relazioni labirintiche con il proprio lavoro. “Le mie opere -sottolineava- sono grandi patchwork, proprio come la nostra cultura intesa come un tutto non è che un insieme di passatempi assemblati goffamente, un miscuglio di cose disparate, un accumulo di elementi diversissimi…”.

Trovano conferma queste affermazioni nella molteplicità di esiti e di contenuti, di metodi e materiali diversi, che la mostra offre: nello stile che unisce le modalità dell’arte concettuale e del surrealismo, con qualche incursione nell’Art Brut; nell’uso di oggetti banali, di materiali poveri (corda, tessuti, lana) appartenenti, il più delle volte, al mondo delle attività femminili.

Messaggera, è il titolo della mostra romana cui l’artista ha prestato, in modo ironico, il suo cognome come ad aggiungerlo idealmente all’elenco delle sue molte identità.

Una “messaggera” che, come sottolinea Chiara Parisi, la curatrice, non possiede certezze definitive. La sua unica missione può essere quella di cercare di interpretare il mondo in cui viviamo, smascherarne le apparenze, segnalarne le contraddizioni.

Messaggera come l’Hermes del mito, messaggero degli dei. Non può certo sfuggire l’identificazione dell’artista con l’Hermes del Gianbologna, la statua che grandeggia nel giardino della Villa, reggendo nella mano una chioma ondeggiante al vento. Simile a questa divinità slittante, incurante dell’alto e basso, capziosa di ogni forma di commercio, la nostra “messaggera” vuole presentarsi come nomade dalle molte identità e dalle molte risorse, a sottolineare la sua femminilità libera e spregiudicata.

Ci conduce in un mondo in cui non è possibile una lettura univoca e tranquillizzante di una realtà in cui non esistono confini tra ciò che ci è famigliare e ciò che ci inquieta e ci turba.

Ci ricorda che nel mondo gioioso dell’infanzia possono albergare ombre sotterranee, nell’amore la terribile maledizione della gelosia, nella tranquillità della vita quotidiana minacce di ogni genere. Così accade che il giocattolo, accostato ad animali veri impagliati, a loro volta manipolati con pezzi di animali finti, si configuri come traccia lontana di un’azione ludica che non ha trovato compimento, lasciata in sospeso come nei sogni abitati da incubi.

È il nero, il colore prevalente che agisce da enfatizzatore nella sfera delle interpretazioni, per smascherare ulteriormente l’interezza del reale. Ricorre insistentemente nei guanti giganti, dalle cui dita spuntano matite come spilli; nelle reti che incorniciano un cuore (Coeur au repos), un sesso maschile (Sexe au repos) abbandonati in un angolo (solitudine, insoddisfazione, delusione?); in un tutù mosso da un vento perenne che “non s’arresta mai”.

Feticcio che non riposa in pace, forma, con gli altri, un surreale paesaggio in cui l’artista procede mescolando con sapienza, leggerezza e serietà per farne riflessione sulla complessità della vita ma, soprattutto, sulla relatività delle nostre certezze.

Riflessione che non esclude la politica di un’artista che, sin dal suo esordio, non teme di definirsi femminista e che dello stare al mondo in un corpo di donna ha fatto uno dei suoi principali moventi artistici per restituirci uno sguardo dissacrante ed acuto sugli umori della nostra società.

Ecco allora che al nero si sostituisce il rosso. Il rosso di uteri variopinti, che sembrano fiori e che animano l’intera parete di una stanza che fu lo studio di Balthus.

Sono un inno alla vita, alla donna portatrice di vita ma riscattata dalla biologia come destino (No God in my uterus).

Alle donne colpevoli perché attraenti

colpevoli perché fiere e insolenti

colpevoli perché donne.

Alle donne che hanno avuto il coraggio di portare avanti quel pensiero femminista che ha fornito il contesto per le scelte artistiche di Annette.

Jolanda Leccese

Per saperne di più

La mostra su Annette Messager fa parte del ciclo Une.

Seguiranno le mostre di Yoko Ono e Claire Tabouret in primavera;

in autunno sarà presentato il dialogo tra Camille Claudel ed Elizabeth Peyton;

nel 2018 la personale di Tatiana Trouvé

 

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L’Alliance Française di Taranto a Villa Medici

MOSTRA:     J. Auguste-Dominique Ingres / Ellsworth Kelly

Académie de France à Rome

Un’occasione imperdibile la partecipazione dell’Alliance Française di Taranto all’inaugurazione della mostra, a Roma, presso Villa Medici sede dell’Accademia di Francia.

Realizzata grazie alla collaborazione dell’ “Alliance Française di Taranto” e “Leggere-Donna”, rivista bimestrale di cultura, accreditata presso l’ufficio stampa di Villa Medici (Ed. Tufani), la vista alla mostra ha permesso di partecipare ad un evento di particolare interesse: un confronto singolare tra il pittore francese J. A. D. Ingres, che fu allievo e, successivamente, direttore di Villa Medici dal 1835 al 1840, e l’artista americano vivente e. Kelly.

Villa Medici. È sempre un’emozione entrare nell’ampio salone d’ingresso, salire su per l’imponente scalone che porta ai giardini, a quella loggia che Louis Ducros, il pittore paesaggista, dipinse durante il suo lungo soggiorno a Roma.

È Éric de Chassey, direttore dell’Accademia e curatore della mostra, a ricevere i delegati della stampa e dell’Alliance. Ricorda le attività dell’Accademia che, oltre ad ospitare i borsisti (tra questi uno scrittore che ha tradotto in francese lo “Zibaldone” di Leopardi), organizza mostre e concerti e non manca di sottolineare che la Francia ha un rapporto aperto con la cultura che si apre ad accogliere artisti provenienti da diverse parti del mondo.

Singolare, in particolare, l’accostamento antico-moderno proposto in questa mostra; un tratto, questo, distintivo delle attività dell’Accademia che rivendica il suo radicamento al passato senza, però, chiudersi ad un orientamento verso il futuro (ricordiamo, a questo proposito, la mostra della primavera 2009 sul pittore paesaggista Marius Granet affiancato all’artista egiziano Youssef Nabil).

Ingres prima di tutto (1780-1867). Il pittore che è stato protagonista della pittura francese della prima metà del XIX secolo, che a Roma aveva formato il suo stile insieme fermo e sensibile, lucido e ardente, è presente con due oli e due cartoni preparatori per le vetrate della cappella San Ferdinando. Elegantemente neoclassici i ritratti di Y. Baptiste Desdeban e di Md.me Marie Marcotte emergono da una superficie senza pennellate, con un contorno ininterrotto in cui si avverte chiaramente come sia la forma a risaltare rispetto allo sfondo.

Affiancati ai dipinti di Ingres ecco, nelle sale del pianterreno, le tele di E. Kelly, l’artista americano,  classe 1923, che ha intessuto, durante la sua carriera, profondi legami con la Francia.

Poco noto in Italia, Kelly è presente in mostra con la serie “Curves”, tele di notevole grandezza la cui composizione, quasi identica, varia a seconda dei colori (rosso, porpora, arancio, nero).

Ingres, artista della rappresentazione, Kelly artista dell’astrazione; certamente i contesti di creazione  e ricezione della loro opera sono profondamente cambiati, eppure è interessante il confronto che la mostra offre; non un confronto tra due stili o due generi, quanto piuttosto un invito ad esplorare l’accordo enigmatico di due “allures”, di due andature diverse ed indipendenti, pur accumunate dagli stessi interessi per il contorno e per il perfezionamento dei dettagli.

La ricca tipologia dei disegni di studio, piante e ritratti, offre al visitatore la possibilità di cogliere tecniche particolari, di soffermarsi, ad esempio, sul modo di trattare ogni elemento con continue variazioni, per raggiungere, poi l’unicità della composizione finale. Il disegno, Vasari lo definiva il padre di tutte le arti, diventa, in questi artisti, attività ideale di sperimentazione per raggiungere la “giusta forma” ed offre al visitatore, spesso superficiale, l’occasione di “educare lo sguardo”, di valutare sfumature e dettagli che di solito sfuggono.

I prossimi appuntamenti: una retrospettiva su Maurice Pialot, regista poco noto in Italia, è un progetto finalizzato a dare visibilità a giovani musicisti, sia francesi sia italiani, per rendere sempre più stretti i rapporti fra Italia e Francia.

L’Alliance di Taranto si impegna a darne notizia a chiunque ne fosse interessato.

Jolanda Leccese