ARTEMISIA GENTILESCHI

Milano Palazzo Reale 22 settembre 2011 – 29 gennaio 2012

pubblicato su Leggendaria n° 91, Gennaio 2012

“Signora Artemisia, bella più che mai”: capelli ricci, castani tendenti al rosso, fronte altissima, naso diritto, labbra piccole e ben disegnate.

Così trionfante, sicura e affascinante, la pittrice Artemisia Gentileschi, con pennelli, tavolozza o toccalapis in mano, accoglie da protagonista il visitatore della mostra a lei dedicata a Palazzo Reale, a Milano fino al 28 gennaio 2012.  

Il ritratto, datato tra il 1623  e ’26, è di Simon Vouet, il pittore francese frequentato assiduamente a Roma da Artemisia verso la fine del terzo decennio del XVII secolo. Una tela importante, uno dei fiori all’occhiello di questa mostra, identificato recentemente dallo studioso Roberto Contini, che ha permesso di ritrovare le esatte sembianze della pittrice e di confrontarle con la più o meno coeva acquaforte di Jerome David (eseguito intorno al 1628) e con i frequenti autoritratti da lei lasciati nelle sue opere come la bellissima Liutista di Minneapolis, la prima immagine dichiarata di se stessa, una donna dalle forme opulente; in primo piano le grandi mani con le dita allungate e le fossette sulle nocche[1].

Artemisia è entrata a pieno titolo nella storia dell’arte del XX secolo grazie al lavoro di Roberto Longhi del 1916, vera pietra miliare, al pioneristico articolo di R. Ward Bissel del 1968 e alla monografia di Mary Garrard di taglio femminista pubblicato nel 1989, che si apre con un’accusa “Artemisia è stata ignorata dagli studiosi in una misura quasi impensabile per un’artista del suo calibro”.

Scoperta negli Stati Uniti dalla prima generazione della studiose femministe, occupò un posto di rilevo alla mostra Women Artists: 1550-1950 allestita nel 1976 al County Museum of Art di Los Angeles.

Da allora la vita e l’opera di Artemisia sono diventate una “calamita” che ha attirato chi volesse esercitarsi in tutte le nuove forme di studi sulla storia dell’arte: dalle interpretazioni sociologiche a quelle psicoanalitiche, alle ricostruzioni storiche comparate.

Immessa molto tardi, in Italia, nel circuito delle rassegne (nel 1991 a Firenze per iniziativa di Casa Buonarroti, a seguire quella del 2001 dedicata a Orazio e Artemisia), Artemisia riappare in tutta la sua avvincente complessità in questa mostra di Milano curata da Roberto Contini e Francesco Solinas.

Grazie ad una messe di nuovi documenti, fino ad oggi ignorati, i curatori hanno costruito un giudizio più informato sulla produzione artistica della pittrice, tuttora afflitta da sussulti di controversia (Contini), sul suo modus operandi, sulla capacità di entrare in sintonia con la cultura figurativa del luogo in cui si trovava a lavorare, documentando l’intero percorso dell’artista e della donna nelle città dove visse: Firenze, Roma, Venezia, Napoli. Napoli, la città dove si trasferisce intorno agli anni Trenta e dove rimarrà fino alla sua morte (1653), salvo un breve trasferimento in Inghilterra, sarà per Artemisia una seconda patria.

Sponsorizzata da Di Nuovo Milano e Valore D. Donne al Vertice, la mostra ha dato vita alla voce di una donna che ha rifiutato di limitarsi ai generi della ritrattistica e della natura morta per affrontare temi mitologici, allegorici, biblici. Una donna che, in un’epoca in cui la società cattolica lasciava aperte alle donne due sole condizioni rispettabili, il matrimonio o il convento, ha scelto di vivere del proprio lavoro.

Nata a Roma da Orazio Gentileschi, uno dei più quotati pittori del suo tempo (il Bissel arretra di quattro anni, nel 1593 la sua data di nascita), Artemisia vive  nell’aura della stupefacente pompa del regno della famiglia Borghese e si nutre del fermento artistico che gravita intorno alla sua casa, frequentata assiduamente da altri pittori, amici e colleghi del padre.

Probabilmente presente, come afferma Solinas, come un ragazzo sui ponteggi dei più prestigiosi cantieri del padre, Artemisia, fin da giovanissima ha lottato per affermare il suo straordinario talento artistico.

Orfana di madre, vittima di uno stupro subito nel maggio 1811 da parte di Agostino Tassi, un collega del padre, costretta a subire l’umiliazione pubblica di un infamante processo, Artemisia ha conosciuto e patito innumerevoli difficoltà economiche e familiari: un matrimonio combinato in fretta, debiti, la perdita di tre dei suoi quattro figli.

Eppure, sorretta da un animo di Cesare, riuscirà negli anni a riscattare la stima di sé, grazie a committenze illustri[2], all’apprezzamento di ammiratori ed amici quali Galileo, Buonarroti il Giovane a Firenze, il pittore Vouet e il coltissimo Cassiano del Pozzo a Roma, il pittore napoletano Massimo Stanzione, sua guida preziosa nella città del Golfo.

Personalità aperta e vivace, Artemisia si è confrontata con i maggiori artisti europei del tempo[3]: la scuola caravaggesca, i coevi fiorentini, i naturalisti attivi a Roma nel terzo decennio del Seicento, riuscendo ad inventare un originale lessico pittorico.

Indiscussa primattrice a Firenze, artista stipendiata da Cosimo II,  la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno, sarà pari grado del grande Vouet a Roma e riuscirà “come un’intera costellazione piuttosto che stella isolata” a Napoli, dove spende il grosso della propria esistenza.

Trovarsi davanti ad un quadro di Artemisia è sempre una grande emozione per il visitatore conquistato dall’intensa drammaticità delle scene che vedono protagoniste opulente e passionali eroine, dall’alta qualità della sua pittura, dalla squillante gamma cromatica, dalla preziosità dei tessuti, dalla varietà delle pose, dalle audaci esibizioni di nudi femminili, dal suo modo particolare di sintonizzarsi sui dettagli.

Sono cinquanta le opere presenti in mostra, provengono da collezioni private, da musei italiani e stranieri: Cannes, Minneapolis, Saint Louis, Metropolitan di New York, Budapest.

Ecco, nella seconda sala, la Giuditta che decapita Oloferne proveniente dal museo Capodimonte di Napoli, un’opera della prima giovinezza in cui l’artista riesce a dare il senso di un evento osservato e permette a chi guarda di cogliere l’orrore e il coraggio dell’azione, suscitandone il coinvolgimento drammatico.

È certamente un dipinto che, insieme alla seconda versione degli Uffizi, più equilibrata e ponderata, ha profondamente influenzato la lettura dell’arte di Artemisia e dato origine ad una grande varietà di interpretazioni. In particolare, la scelta del tema e l’estrema violenza della rappresentazione sono state correlate da molti critici al trauma dello stupro.

Prospettiva critica, questa, troppo angusta che ha finito col considerare la Giuditta esemplare illustrativo dell’intera produzione dell’artista.

Ricca è la galleria delle figure femminili tratte dall’Antico Testamento: audaci e determinate come la beduina Giaele che uccide il generale cananeo Sisara, o come Dalila che affida, pugno nel pugno, alla serva, un frammento della chioma di Sansone addormentato; spaventate come la virtuosa Susanna che resiste alle avancese dei vecchi, assorte e sognanti, come Betsabea, soggetto tra i più frequentati dall’artista di cui la mostra presenta più di una versione.

Lasciano il posto alle esplosioni carnali dei nudi delle protagoniste del mito o della storia romana, alle audaci esibizioni del corpo di Danae o di Cleopatra, alla loro bellezza opulenta, reale, senza belletti né idealizzazione, ma anche alle Madonne che allattano, alle Maddalene (bellissima quella di Palazzo Pitti con il volto contratto in tensione e la “rullante irrequietezza delle gambe”), alle sante, alla Samaritana in Cristo e la Samaritana, esposta in pubblico per la prima volta, una delle figure più ispirate in cui la ricerca di nobile spiritualità si stacca dalla fisicità terrena della maggior parte delle protagoniste delle opere in mostra.

Ricca è la carrellata delle opere eseguita a Napoli: consentono al visitatore di confrontarsi con la varietà di una produzione che va dai quadri devozionali, Santa Lucia, alle pale d’altare della cattedrale di Pozzuoli, alle commissioni per il Buen Retiro di Madrid, con incursioni nel dramma pastorale di Guarini, La ninfa Corisca e il satiro[4].

Insieme alle numerose versioni di Betsabea e alla storia di Giuditta, che rivelano come Artemisia producesse repliche di sue composizioni divenute popolari, ritornano  i personaggi femminili. Sono Minerva, la dea della sapienza, sono le figure allegoriche della Fama, della Retorica, della Storia. Lontane dalle immagini trasudanti energia dell’attivismo delle fasi precedenti, si impongono per la fierezza della postura, per l’espressione ora ispirata ora imperiosa.

Ecco Clio, musa della Storia, rappresentata come una donna sicura di sé, con sul capo una corona d’alloro, segno di immortalità e nella mano destra una tromba, emblema della fama. Sulla pagina sinistra di un libro, posato aperto sulla tavola,  Artemisia firma e data il dipinto quasi a voler includere anche il suo nome nel libro della fama, a voler chiedere una notorietà che, dopo un silenzio di secoli, ha finalmente raggiunto e che, certamente, questa mostra contribuirà ad accrescere.

 

                                                                                     Jolanda Leccese

 

Per saperne di più:

 

Artemisia Gentileschi, Storia di una passione, catalogo della mostra, 24ore Cultura, Milano 2011.

Alexandra Lapierre, Artemisia, Mondadori, Milano 2000.

Susan Vreeland, La passione di Artemisia, Neri Pozza, Vicenza 2003


[1]    Nel British Museum di Londra si può ammirare la famosa mano di Artemisia disegnata nel 1625 da Pierre Dumonstieur (1545-1610).

[2]    Il viceré di Spagna Fernando de Ribera terzo duca d’Alcalà, l’imperatrice Maria d’Austria sorella di Filippo IV, lo stesso Filippo, Carlo I d’Inghilterra.

[3]    La studiosa Keith Christiansen parla di Artemisia come di una “artista camaleontica” per la sua capacità di assorbire le novità pittoriche delle città in cui visse e di conformarsi al gusto dei committenti.

[4]    Una figura maestosa, abbigliata con una veste di un sontuoso colore dorato e un mantello rosa che costituiscono uno degli esempi più belli di drappeggio mai dipinti dall’artista.

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Georgia O’Keeffe

Roma, Palazzo Cipolla, 4 ottobre 2011-22 gennaio 2012

                                                                                 pubblicato si Leggendaria n° 91, gennaio 2012

“Dicono che le donne non possono essere grandi pittrici. Io non l’ho mai pensato. Io dipingevo e basta”.

Così si esprimeva Georgia O’Keeffe (origine irlandese) parlando della sua attività di pittrice. Queste parole, trascritte su una parete bianca, si leggono entrando a visitare la mostra a lei dedicata, a cura di B. Lynes. Siamo nelle sale del piano terra di Palazzo Cipolla a Roma ma, per una strana magia, percorriamo un tratto della Fifth Avenue ricostruita per l’occasione. È il numero 291 che attira la nostra attenzione.

Di qui incomincia il percorso della mostra che, nelle varie sezioni di cui si compone, evidenzia lo stretto rapporto tra pittura e luoghi in cui l’artista visse, grazie ad una scenografia che, adottando un linguaggio minimalista, ne esalta la semplice bellezza (operazione questa che non ha trovato molti consensi).

Al numero civico 291 si apriva la galleria di Alfred Stieglitz, fotografo di fama internazionale, uno dei principali sostenitori dell’arte moderna americana. Qui Stieglitz espose per la prima volta, nel 1916, un gruppo di disegni a carboncino eseguiti da Georgia, folgorato dalla loro imperiosa astrazione.

A quell’epoca Georgia ha già compiuto i suoi studi a New York presso l’Art Students League e, successivamente, in Virginia con A. Wesley Dow.

Nel 1917 Stieglitz le dedicherà una personale. Sarà questa per Georgia l’occasione per lasciare l’insegnamento di disegno in una oscura scuola media del Texas e giungere a New York. L’incontro con Stieglitz le cambia totalmente la vita. Si sposeranno nel 1924: un matrimonio che durerà, anche se spesso burrascoso, fino al 1946, anno della morte di Stieglitz.

Al suo fianco Georgia conoscerà pittori, critici e fotografi (A. Dove, J. Marin). Fanno parte della cerchia di Stieglitz che, influenzati dalle teorie di Kandinskj, condividono la volontà di astrarre e distillare l’essenza di un oggetto attraverso la semplificazione e la riduzione del dettaglio.

Oltre che moglie, Georgia sarà per Stieglitz la musa ispiratrice: la fotograferà per tutto il periodo della loro vita in comune, dalla nudità giovanile fino alla chiusura in abiti scuri dai quali emergono, imperiosi, i lineamenti duri, lo sguardo forte.

Esposte in mostra, le foto si affiancano ai primi lavori: ai carboncini degli anni ’10, alla serie dei nudi, alle rappresentazioni quasi astratte di Collina blu, di Stella della sera. A seguire la stagione di New York con la serie di taglienti sintesi dedicate alle strade della città. Osservate da prospettive estreme, con lo stesso scorcio che si potrebbe ottenere con una macchina fotografica orientata verso l’alto, le strade diventano canyon delimitate da forme di edifici a torre che si lanciano nel cielo della metropoli. È lo spirito di New York, l’essenza della città dell’ambizione che emerge in primo piano, non più lo scorcio pittoresco.

La stessa tecnica guida la nostra artista nel rappresentare foglie e fiori, ripresi in inquadrature estremamente ravvicinate, tagliate e frammentate, all’interno di una limitata profondità di campo che enfatizza i contorni e i colori. Calle bianche, bianche su fondo rosso; petunie rosa e viola, iris neri, come fotografati con un potentissimo zoom. Il colore sottolinea, certamente, l’impressione di solidità fisica ma diventa il mezzo espressivo più importante per evocare un umore e stimolare uno stato d’animo.

In questa prospettiva l’artista preferisce che siano guardati piuttosto che considerati simboli erotici, lettura da lei respinta con sdegno.

La stessa visione immaginifica sarà trasferita all’architettura e al monumentale paesaggio desertico del New Mexico. Qui comincerà, per Georgia, una seconda vita. Si trasferirà definitivamente ad Abiquiu, nel 1949, dopo la morte di Stieglitz. Affascinata dal drammatico paesaggio desertico, lo fisserà in molte sue tele al punto che la regione, da Espanola ad Abiquiu, è oggi chiamata “O’Keeffe Country”.

Colline rosse e gialle che, come un tempo i fiori, coprono spesso l’intero formato della tela, profili di costruzioni in primo piano che si sviluppano in senso verticale, teschi di cavalli. Sono le opere degli anni ’40-’50 presentate nell’ambiente in cui lavorava: lo studio di Ranchio de los Burros, ricostruito in mostra in tutti i particolari.

Negli anni ’70 le artiste femministe ne scoprono la forza e M.B. Edelson la celebra, conferendole il posto d’onore, nel suo poster che sostituisce a Gesù ed agli Apostoli una serie di artiste da Lee Krasner a Yoko Ono; si susseguono le retrospettive; fioccano le onorificenze e nel ’77 le sarà conferita la Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile.

Ormai Georgia è diventata un’icona dell’arte americana.

Si spegne quasi centenaria nel 1986 a Santa Fe (era nata nel 1887), e le sue ceneri verranno sparse per suo desiderio nella terra del New Mexico da lei tanto amata.

Jolanda Leccese