Chiara Vigo

Chiara Vigo è una donna singolare un tipo “mediterraneo”: viso dai tratti marcati, capelli scuri, sguardo intenso, sorriso aperto.

È un’abile artigiana che vive e lavora a Sant’Antioco, un’isola del Sud della Sardegna (antica Sulci), dove è nata il primo febbraio del 1955.

La sua è una storia semplice, comune a molte donne del Sud che, ancora oggi, praticano mestieri antichi, tramandati da generazioni ed ingrati sotto il profilo economico. È stata definita “l’ultima Penelope del bisso” perché è in grado di eseguire personalmente tutte le fasi di lavorazione del prezioso filato con semplici strumenti, alcuni dei quali da lei stessa realizzati.

Tessere il bisso è un’arte antica, a tratti ancora avvolta in un mistero che la rende preziosa, “sacra”, dice la signora Vigo. Accostarsi ad essa vuol dire effettuare una scelta precisa, impegnativa, fortemente voluta. Diventare, infatti, un “maestro” del bisso come possiamo definire Chiara non è cosa semplice. <<I maestri – sono parole di Chiara – sono persone speciali, capaci di darti il grande patrimonio gestuale che possiedono e che nessuno studio e nessuna scrittura potranno mai tradurre>>.

Fin da bambina, nella grande casa dove è vissuta, insieme ai nonni e ai bisnonni, Chiara ha appreso dalla nonna, Leonilde Mereu, tutti i segreti della raccolta, filatura, tessitura e tintura del bisso.

Dopo aver studiato all’Istituto Magistrale, insegna per diversi anni, successivamente si occupa di giornalismo, viaggia e legge molto per arricchire la sua formazione fino a che, nel 1980, torna a Sant’Antioco con le idee molto chiare: seguirà le orme di sua nonna e diventerà anche lei “maestro del bisso”.

Guardare Chiara, mentre lavora, quando esegue la filatura con il suo piccolo fuso di oleandro o quando si siede al telaio, è sempre un’emozione, come afferma chi l’ha vista all’opera. Utilizza ancora un pesantissimo telaio in legno, ereditato dalla nonna. Non è possibile infatti lavorare il bisso con i moderni telai; il filato è estremamente delicato e potrebbe rompersi.

Le sue mani si muovono veloci e producono capolavori che lei definisce doni dell’acqua. Quando nel 1996 la Regione Sardegna le conferì il premio “Donna Sarda per il Tessuto” dedicò la sua opera “Il Leone di Tiro” a tutte le donne del mondo affinché anche loro potessero godere del riconoscimento a lei conferito. L’ultimo pezzo artistico, da lei eseguito, è un arazzo ricamato in bisso ritorto vecchio di 100 anni, che apparteneva al prof. Cosimo Sebastio, rivitalizzato, che Chiara ha regalato alla città di Taranto in occasione di un Convegno che si è tenuto nella città, nel mese di febbraio, sull’Antica Cultura del bisso (La Seta del Mare, il Bisso, a cura di Evangelina Campi, editrice Scorpione).

È un dono del mare il bisso. Nasce dal muco secreto da un mollusco bivalve la pinna nobilis, che, a contatto con l’acqua, diventa un bioccolo fibroso con cui l’animale si abbarbica al fondo del mare o prende il nutrimento, impigliando la preda. Emerso dalle profondità marine, grazie ad una delicatissima estrazione, e, successivamente, lavato, asciugato, strofinato, cardato, filato, il bioccolo fibroso diventa un filo lucente dai caldi riflessi serici. È la “seta marina” pronta per essere tessuta, per trasformarsi in stoffe leggere e soffici o in stoffe a foggi di pelliccia, calde quanto se non più, delle pellicce naturali, anch’esse morbide e soffici.

L’arte della tessitura del bisso, antica ed illustre, ricordata da Aristotele (Storia degli animali IV,6), vanta origini antichissime.

A Sant’Antioco si narra che la lavorazione del bisso fu introdotta dalla principessa Berenice, diretta discendente di Erode il Grande di Giudea, detestata dagli Ebrei perché alleatasi con i Romani.

A Taranto, nota sin dall’epoca magno greca per la fama dei suoi mitili, e fra essi la pinna nobilis, pareva fosse consuetudine, prettamente femminile, indossare vesti diafane, delicate e trasparenti, le tarentinidie, che evidenziavano e valorizzavano le forme. Anche se né gli storici né gli archeologi sono riusciti a documentare con assoluta certezza che tali pregevoli vesti fossero state realizzate con l’impiego del bisso marino, è certo comunque, che, nel ‘700 e per tutto l’800, a Taranto proseguì ininterrotta la lavorazione della lanapinna; numerose sono infatti, le testimonianze dei lavori in bisso realizzati a Taranto e poi inviati in dono ai nobili e potenti di Europa, anche alla corte di Pietroburgo.

E ancora, nei primi decenni del ‘900, a Taranto, come a Sant’Antioco, nelle pubbliche scuole di Avviamento Professionale o in scuole private, le allieve realizzavano manufatti in bisso marino di cui possiamo ammirare solo una minima parte, custodita presso collezioni private, enti museali e istituzioni nazionali. Alcuni manufatti, per esempio, si trovano nel Museo di Storia Naturale di Firenze “La Specola”.

Oggi la pinna nobilis, che ha subito una notevole riduzione a causa dell’inquinamento, delle attività illegali di pesca a strascico e della raccolta indiscriminata dei sommozzatori, è inclusa nel novero delle specie protette ed è certo impensabile che possa fiorire un’industria del bisso che richiede alti costi e grande tecnicismo.

Eppure dagli ambienti scientifici giungono notizie incoraggianti in merito alla possibilità di allevare la pinna nobilis in cattività e di prelevarne il bisso senza arrecare danni all’animale.

Sono notizie che lasciano ben sperare sul futuro della “seta del mare” da destinare non certo ad attività tessili, economicamente produttive, ma al recupero di un patrimonio storico, di un sapere antico di inestimabile valore documentario. Intanto a Sant’Antioco Chiara continua a lavorare. Il suo codice morale le vieta di ridurre la sua arte a strumento di sostentamento materiale o di lucro, ma non le impedisce di sognare di riuscire a tramandare agli altri il suo sapere, di essere sempre disponibile ad elargire le sue conoscenze. 

Jolanda Leccese 

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