Autoritratte

Artiste di capriccioso e destrissimo ingegno

Firenze – Galleria degli Uffizi

Pubblicato su Leggendaria, n° 86, marzo 2011

L’autoritratto è uno dei temi più affascinanti e ad un tempo più complessi.

Gran parte del suo fascino deriva anzi proprio dalla sua complessità, dalla molteplicità di significati che può racchiudere e dalla difficoltà di intenderne, caso per caso, se non l’unico, almeno il principale.

Molto spesso un autoritratto vale più di tanti quadri e molto più delle parole per comprendere gli intenti di un artista. Può comunicare quello che l’artista confessa di essere, può dirci come vuole che gli altri lo vedano. Può rivelare quello che, nel momento in cui si è visto riflesso, inconsciamente pensava di se stesso.

All’autoritratto è stata dedicata recentemente a Firenze una mostra alla Galleria degli Uffizi. Vale la pena darne notizia, anche in tempi successivi alla sua chiusura, per diversi motivi.

Perché ha contribuito a dare il giusto risalto alla raccolta di Autoritratti degli Uffizi che è una splendida e invidiata singolarità del massimo Museo italiano. Ebbe inizio dal 1664 quando il cardinale Leopoldo, cadetto di Casa Medici, ordinò al Guercino il suo autoritratto.

Ma soprattutto perché è una mostra che ha avuto il merito di proporre all’attenzione del pubblico la presenza di artiste note o mai viste delineando le principali linee di tendenza dell’evoluzione dell’autoritratto.

Autoritratte, dunque, non autoritratti. Un termine scelto non a caso per creare una curiosità e costituire, forse, una risposta rivelatrice per quei tanti che ancora sornionamente si chiedono “Artiste-ah, ce ne sono?”.

Sono 80 le Autoritratte; una carrellata di volti femminili dal Rinascimento fino ai nostri giorni, dal ritratto in miniatura di Properzia de’ Rossi ammirata dal Vasari, alle fotografie di Vanessa Beecroft, ai video di Antonella Bussonich, ai collage di Lucia Marcucci. Si tratta di una parte minima dell’intera Collezione che conta ben 1700 autoritratti. Considerazione questa che, senza voler fare un discorso rivendicativo di diritti negati (oggi non ha più senso parlare di discriminazione e minoranza dell’arte delle donne), la dice lunga sulla storica condizione della subalternità della donna artista rispetto alle opportunità offerte all’universo maschile.

Italiane o straniere, aristocratiche o borghesi, accreditate o sconosciute, per le artiste, fino a tutto l’800, l’autoritratto riveste una valenza di autopromozione e insieme rassicurante di una propria femminilità, socialmente subordinata. Elegantissime o in camice da lavoro si mostrano spesso con gli strumenti del mestiere e non mancano di esaltare gli accessori: un gioiello, un fiore, una cintura.

Ecco il bel volto rubizzo, l’eleganza sobria di un vezzo di perle e l’abito a piegoline di Marietta Robusti detta la Tintoretta di cui conosciamo solo l’autoritratto.  A seguire le protagoniste del ‘500: la cremonese Sofonisba Anguissola, dama di compagnia e insegnante d’arte della regina Isabella di Valois, la bolognese Lavinia Fontana divenuta pittrice di corte del papa Gregorio XIII. Sono nomi ormai abbastanza noti su cui si sono incentrati studi e ricerche come quello di Rosalba Carriera conosciuta in tutta l’Europa del ‘700 per i raffinati ritratti, o quelli delle straniere Elisabeth Vigée Lebrun e Angelica Kauffmann.

Cresce, nell’800, il numero delle artiste straniere. Vengono dalla Svezia, dall’Inghilterra, dall’Austria, dall’Olanda, dalla Germania; ciascuna si presenta, attraverso la sua immagine, le idee estetiche, la sua visione del mondo.

Comunicativo di una visione vincente l’autoritratto dell’americana Cecilia Beaux tutto giocato sulle variazioni del rosso; di una personalità decisa quello di Elisa Ransonnet riassunta nella posa di profilo e nello sguardo; o quello di Therese Schwartze che si presenta con la mano alzata in atto di schermare la luce, citazione colta dell’autoritratto di Reynolds.

Con l’avvento del ‘900, l’identità si frammenta. Narciso si guarda allo specchio ma lo specchio è ormai infranto e restituisce immagini ingannevoli che si affidano, a partire dai tardi anni ’60, al collage, al fotomontaggio, all’arazzo tessuto a mano.

Carol Rama e Carla Accardi preferiscono rappresentarsi attraverso un solo insieme di segni astratti, Patti Smith e Ketty La Rocca con la fotografia che testimonia o mistifica, che denuncia verità imbarazzanti o conferma pose esibite.

Il ritratto non è più effigie verisimigliante ma offre solo cenni di identità sfuggenti:  sedimentate e affioranti dalla memoria in Giosetta Fioroni, criptiche o mascherate in Merret Oppenheim, in Jenny Holzer, rivendicative della propria identità di donna contro abusati stereotipi in Mirella Bentivoglio.

Non è possibile in questa sede citare tutte le artiste presenti. Si potrà, in seguito, parlarne diffusamente presentandole in singole monografie che aiutino a saperne di più sul mondo della creatività femminile che esiste massicciamente ma che è ancora poco conosciuta.

Scriveva Virginia Woolf “Finché non avremo più fatti, più biografie, più autobiografie, non potremo capire la gente ordinaria e tanto meno quella straordinaria”.

 

Jolanda Leccese

 

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