Silvia Camporesi: il fascino delle rovine

pubblicato su Leggere Donna n° 174 (2017)

Centri storici, terme, antichi castelli, acquedotti e parchi sono a rischio distruzione.

Nella lista rossa del nostro immenso patrimonio artistico e culturale si allunga sempre di più l’elenco che ITALIA NOSTRA redige ogni anno su luoghi ed edifici in stato di rovina ed abbandono.

Congelati nelle nebbie dell’amnesia generale, marginali, degradati, sono l’espressione di un mondo travolto dalle contraddizioni e dai problemi più gravi dello sviluppo economico ed urbanistico della società contemporanea. Ma c’è chi si ostina a vedere nei borghi disabitati da tempo, nelle architetture fatiscenti divorate dalla vegetazione, perfino negli oggetti abbandonati, non il simbolo di una Italia che si sta sfaldando o che non c’è più, ma il simbolo di una Italia che resiste, che sopravvive a se stessa, che continua ad esistere oltre l’uomo.

Una Italia AILATI, per citare un palindromo usato da Luigi Ghirri, su cui recentemente si sta concentrando una parte della produzione letteraria, (si pensi a Franco Arminio con la sua paesologia,  a Mario Ferraguti con il suo “La Voce delle case abbandonate”), ma anche soprattutto visiva, un tema che si presenta articolato con timbri e registri diversi: dai torinesi che formano l’inscindibile marchio artistico Botta & Bruno a Edorado Tresoldi che ha ridato vita alla cattedrale di Santa Maria di Siponto (di cui restavano solo alcuni mosaici e la pianta), ad Alfredo Pirri con il suo intervento sull’ex centrale elettrica alla periferia di Bergamo, fino a giungere a Silvia Camporesi il cui nome è ben noto ai cultori della fotografia e che può vantare la partecipazione a mostre internazionali e premi importanti.

Forlinese di origine, classe 1973, laureata in filosofia, “studiando filosofia ho accumulato strumenti di elaborazione che probabilmente, se avessi frequentato l’Accademia, non avrei avuto”. Grande estimatrice di Diane Arbus per il suo andare controcorrente rispetto alla fotografia classica, ha compiuto i suoi studi sulla fotografia scegliendo come autori di riferimento Thomas Demande e James Casebere ma soprattutto Jeff Wall per la sua metodologia di lavoro.

Dopo anni di stage photography (importante la partecipazione alla mostra Italia Inside Out in occasione dell’Expo a Milano), ha trovato interessante lavorare sul paesaggio cercando, però, luoghi solitamente oscurati dalle bellezze della città d’arte, luoghi fantasma che abitano una Italia invisibile e lontana dalle cronache. È nato così un progetto, finanziato da quindici collezionisti, il cui risultato finale è stata la realizzazione di un libro/catalogo Atlas Italiae (Peliti edit.) che raccoglie circa 150 immagini, quasi una mappa ideale per l’Italia che sta svanendo. Avvalendosi di una rete di informatori sul territorio, l’artista ha esplorato tutte le regioni italiane per raccontare una realtà “altra”, un mondo che non c’è più in cui la quotidianità lascia il campo al sogno ed alla memoria. E per potenziare la resa visiva della memoria, si è servita di procedimenti di antica tradizione. Ha riattualizzato la coloritura a mano sulle foto precedentemente stampate in bianco e nero “un metodo che ha cambiato il mio rapporto con la fotografia e con gli spazi. Non è fotografare e scappare come si fa normalmente nella velocità dell’atto digitale, ma fotografare, guardare attentamente e vivere”; ha ripreso la tecnica giapponese del kirigami, una tecnica ideale, a suo avviso, in una superficie fotografica che permette di sottolineare i particolari con la tridimensionalità.

Dall’ex colonia montana di Saltrio al sanatorio di Sassari, dai grandi hotel dismessi di Porretta Terme e Salsomaggiore, ai piccoli borghi di Apice, Craco, Alianello, Erto. Sfogliando le pagine di questo libro, scopriamo aree abbandonate in parte già inesorabilmente riassorbite e nascoste da piante spontanee, quello che Clement Gilles definisce “il terzo paesaggio”.

Interni vuoti, porticati corrosi, scheletri di architetture private della loro funzione, ci stanno davanti, nella loro ambivalenza, come sentinelle al confine del tempo. Fantasmi di ciò che un tempo è stato integro; fantasmi che, però, tornano a rivivere grazie alla forza dell’arte, con la resistenza caparbia della macchie di muffa, degli intonaci scrostati, dei muri sbrecciati. Una resistenza al trascorrere inesorabile degli anni che conferisce loro il senso della durata rendendole un’ancora per la memoria.

Non a caso è stato scelto per il titolo del libro un personaggio che appartiene al tempo del mito. Come Atlas aveva il compito di sostenere la volta celeste, così questi luoghi diventano, attraverso lo sguardo dell’artista, un sostegno per la nostra memoria, artisticamente utili per il loro significato di testimonianza, del “risuonare del passato come continuità del tempo -così scrive Marinella Paderni nell’introduzione al testo da lei curato- base sicura per non precipitare nell’amnesia di un presente istantaneo, pieno di informazioni ma carente di esperienze e di ricordi”.

E se ci ponessimo non in una condizione contemplativa ma di riflessione, se ci spingessimo a riflettere sul “frammento”, che suggerisca non il “non più”, un’assenza senza possibilità di redenzione, ma il “ma ancora”?

“Io amo le rovine -ha dichiarato Anselm Kiefer- perché sono il punto di partenza per qualcosa di nuovo”.

 

 

Jolanda Leccese

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ANNIE LEIBOVITZ

pubblicato su Leggere Donna n° 174 (2017)

 

Annie Leibovitz è una donna che preferisce mostrarsi al pubblico nella semplicità di un abbigliamento (scarpe basse, capelli lunghi grigi) che non le conferisce certo un’aria di superiorità e di arroganza. Considerata “regina internazionale del ritratto” può vantare un curriculum di tutto rispetto: corso alla Scuola d’Arte di San Francisco, una collaborazione durata 13 anni (1970-1983) per la rivista Rolling Stone e successivamente per Vanity Fair e Vogue.

Autrice di eccellenti campagne pubblicitarie (famosa quella per le borse targate Louis Vuitton), ha saputo essere fotografa glamour di personaggi famosi, attori e attrici di Hollywood, artiste e modelle, ma ha anche avuto il coraggio di entrare nella vita intima, sua e delle persone a lei care, non fermandosi solo al sorriso, alle feste, al ricordo felice da conservare.

Chi ha sfogliato le pagine della gigantesca monografia “A Photografer’s life” (Random, 2009), ha potuto immergersi come nelle pagine aperte di un diario personale, di una vita vissuta nell’intimità della famiglia, nella varietà dei viaggi ma anche nel dolore, nella malattia e nella morte.

Certamente, però, la raccolta che ha avuto risonanza notevole è Women, una serie di ritratti di grandi personalità femminili. Pubblicata nel 1999 e continuamente arricchita, è stata presentata recentemente (9 settembre-2 ottobre) a Milano negli spazi di Fabbrica Orobia 15. Sono trentasette le nuove opere –New Portraits è il termine aggiunto a Women– presentate al pubblico insieme ad altre che già hanno reso celebre l’artista.

E’ una mostra “piena di donne”, non tanto del profumo della loro bellezza, quanto della forza della loro intelligenza, del loro attivismo; donne non più oggetto da esibire o conquistare ma protagoniste del loro tempo      . Sono artiste, musiciste, filantrope, sportive, amministratrici di aziende, rappresentate grazie un obiettivo che cerca di rivelare il soggetto nel modo in cui, forse, avrebbe voluto essere rappresentato, sempre lontano da atteggiamenti assoluti di pose altezzose.

Aung San Suu Kyi è per tutti un viso che si anima nell’espressione degli occhi e in un sorriso appena accennato; allo stesso modo non c’è sorriso calcolato  in Malala, in abito rosso, presentata in piedi con le mani intrecciate, né esibizione di superiorità in Scheryl Sandberg, la top manager che ha contribuito ai successi miliardari di Google e Facebook, o in Gloria Steinem, la giornalista statunitense leader del femminismo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Qualcuno ha scritto che nelle foto di Annie manca la profonda emozione, l’ingrediente più importante per sorprendere lo spettatore. Ma ognuno può portar via le suggestioni che vuole: interessarsi, ad esempio, alle storie di queste donne. Come a quella di Mitsy Copeland, unica afroamericana ad avere ottenuto il ruolo di étoile nel Ballet Theatre di New York, o a quella di Jane Goodall, l’antropologa inglese di cui non tutti conoscono le ricerche sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé, o a quella di Limandia Manong da anni impegnata, in Sudafrica, nella lotta contro l’AIDS.

In questo straordinario gineceo possono convivere armoniosamente cantanti e sportive, donne conosciute nel mondo della moda e donne impegnate in politica. Ci ricordano che la bellezza, è inutile negarlo, è certo importante ma che è purtroppo fragile. Ne esiste un’altra, invece, più profonda e meno epidermica che può vincere il tempo: la bellezza di una diversità indipendente dai modelli comuni, quella dell’indipendenza e dell’orgoglio per quello che si è.

Pensata come itinerante, nell’arco di 10 mesi con soste in 10 città, la mostra, già allestita a San Francisco, Singapore, Hong Kong, Londra, dopo la tappa milanese è passata a Francoforte per approdare poi a New York.

 

 

Jolanda Leccese